Spettacoli
L'intervista

Letizia Toni: "Nemmeno quella sera in cui potevo morire ho smesso di sognare il cinema"

La giovane attrice pistoiese ha recitato nella serie di successo su Rai Uno "L'allieva"

Letizia Toni: "Nemmeno quella sera in cui potevo morire ho smesso di sognare il cinema"
Spettacoli Pistoia, 10 Settembre 2022 ore 15:06

di Andrea Spadoni


C’è qualcosa di speciale in questa ragazza. L’ho sempre pensato dalla prima volta che l’ho vista una decina di anni fa, forse meno. Lei, poco più che maggiorenne, già si sentiva a proprio agio davanti alle telecamere della tv, io ero grandicello (all’epoca solo per l’anagrafe e non per la bilancia) e facevo l’inviato in un programma davvero bellino di Giulia Nannini, ma non sveliamo la mia età, altrimenti chiudo tutto e chiedo la pensione. 

Letizia Toni è pistoiese a tutti gli effetti, precisamente del Bottegone. La sua famiglia, da 40 anni, manda avanti il bellissimo garden center “GreenHouse” sulla Fiorentina, la strada che porta a Quarrata. Un mondo colorato di fiori, profumi e bellezza che ha ispirato questa ragazza dai capelli biondi a frugare fino in fondo ai propri desideri e a cercare quello che sapeva prima o poi sarebbe stato il suo mondo: la recitazione. 

Sì, Letizia dentro di sé ha sempre saputo che “da grande” avrebbe fatto l’attrice. Anche quando gli altri le dicevano che stava perdendo tempo, anche quando il destino si era messo in mezzo e sembrava un muro invalicabile. Anche quando doveva nascondersi per apparire perfetta. 

"Avevo 14 anni quando ho pensato per la prima volta che avrei voluto fare l’attrice. Sembrava solo un sogno lontano e impossibile, ma appena ho potuto mi sono segnata a una scuola di recitazione e ho cominciato questa meravigliosa avventura". 

Crescere in provincia, al Bottegone, è sempre più difficile per chi vuole uscire dallo schema dei lavori considerati “normali”.

"Più che altro ero programmata per lavorare nell’azienda di famiglia. Ho frequentato ragioneria e, dopo il diploma, in ufficio c’era un posto pronto per me. Se ci pensi, può essere considerato un privilegio, e da un certo punto di vista lo è. Mi piaceva lavorare nel garden, è il mio mondo, la mia famiglia, ma non mi sono mai accontentata solo di quello e troppo forte era (ed è) il desiderio di stare sul set"

Quindi sei andata a Firenze e hai iniziato a studiare…

«Sì, mi sono iscritta alla scuola di cinema Immagina e ho iniziato un percorso che mi ha ancora più convinta che quella sarebbe stata la mia strada. C’era da sacrificarsi perché il giorno lavoravo al garden e tutte le sere dovevo percorrere la strada da Pistoia a Firenze per le lezioni, ma era ciò che volevo. Iniziavo a uscire dalla mia zona comfort, a conoscere persone, a farmi un’idea, sempre più mia, delle cose che mi circondavano, della vita, del futuro».

Capisco perfettamente quello che racconti e so anche quanto è difficile far capire a chi ti è vicino e a chi ti ama che l’aspirazione di un lavoro artistico, meno convenzionale e apparentemente meno sicuro, può comunque essere la strada giusta nella vita. Come ci sei riuscita?

«Non credo di essere ancora riuscita a farlo digerire ai miei genitori, anche se dopo i primi risultati, si sono convinti un po’ di più. Posso dire che sicuramente non basta la determinazione, ma ci vuole anche coraggio, perché quando ti senti dire che stai perdendo tempo, che quello che fai non sarà mai il tuo lavoro, rischi di sentirti sbagliata e di abbassare le aspettative. Invece è in quei momenti che devi lavorare su te stesso, studiare, farti una cultura, non mollare di un centimetro. E non avere paura di fallire». 

Spulciando il tuo cv, tra i lavori fatti, spicca il ruolo di Chiara Turati, uno dei personaggi protagonisti della terza stagione della serie L’Allieva 3 su Rai Uno.

«È stata la mia prima grande occasione, nel 2020. Non avevo mai lavorato per un set così importante e con attori professionisti di quella esperienza. Che dire? È andato tutto benissimo, ho vissuto grandi emozioni e ho lavorato tanto per migliorarmi ed essere all’altezza di quel ruolo. E, se ripenso a quello che avevo passato negli anni precedenti, posso dire che me la meritavo una soddisfazione cosi». 

Lo hai appena accennato e allora te lo faccio raccontare. C’è stato infatti un episodio nella tua vita che rischiava di vanificare tutto, o forse, anche peggio, di non farti essere più la stessa Letizia.

«Diciamo le cose come stanno: la sera del 2 dicembre 2017 potevo morire». 

Racconta.

«Una sera come tante altre. Dovevo andare a cena con amici e mi sono messa sulla strada. C’era nebbia, così tanta che non si vedeva quasi niente. A un certo punto ricordo che ho abbagliato perché mi pareva di avvicinarmi a qualcosa che non identificavo bene. Era un’auto parcheggiata, l’ho presa su un fianco e la mia Smart si è ribaltata. È stato tremendo perché il braccio sinistro è rimasto incastrato tra l’asfalto e la lamiera dell’auto, si è praticamente sbriciolato. Non si è staccato per miracolo. Avevo paura e provavo un dolore così forte che l’alternativa era svenire. Con l’altro braccio sono riuscita ad annaspare e a telefonare al 118 per farmi soccorrere. Dopodiché ho chiamato mio padre e ho atteso che venissero a togliermi dalla macchina che era diventata una trappola mortale».

Le conseguenze sono state gravissime.

«Sono stata ricoverata un mese all’ospedale di Careggi e nel periodo immediatamente successivo, mi sono sottoposta a quindici interventi chirurgici di ricostruzione del braccio. È stata davvero dura. Devo ringraziare in primis la mia famiglia, gli amici e anche tutto il gruppo della scuola di recitazione, che non mi hanno mai abbandonata. Mi sono sentita amata». 

Immagino che più volte avrai pensato di lasciar perdere il sogno della recitazione. 

«Non l’ho mai pensato. Mi sono fermata per un periodo con i provini e con certi lavori perché non muovevo bene il braccio, ma ho sempre continuato ad andare a scuola a Firenze. Mi hanno sempre coinvolta e tenuta viva. Ed è stato molto importante».

Quando ci ripensi: all’incidente, all’ospedale, a quella sera, alla nebbia, cosa ti viene in mente?

«Ho una sensazione come di morire e poi rinascere. Non voglio essere troppo cinica, ma forse ci voleva un percorso interiore così intenso (dell’incidente ne avrei fatto anche a meno). Oggi mi sento una donna diversa, con le stesse aspirazioni, ma forse più concentrata, più forte. Il dolore, la difficoltà a muovermi, la faticosissima riabilitazione, mi hanno insegnato il metodo, il lavoro quotidiano e la forza di non abbattersi mai. Per esempio, anche quando ti va male un provino perché hai una cicatrice su un braccio».

Questo volevo chiederti: il mondo del cinema e dello spettacolo in generale, ci mostrano spesso protagonisti e icone perfette. Come hai fatto a convivere con la tua - chiamiamola così - imperfezione?

«Mi nascondevo. Mi presentavo ai provini, facevo finta di niente e in qualche modo coprivo il mio braccio sinistro. Ricordo ancora al casting per un film, mi candidai per interpretare il ruolo di una ladra. Ero visibilmente impacciata perché il braccio lo muovevo ancora in modo meccanico e non avevo certamente la forza di una persona normale. La regista mi chiese cosa avessi e quando le dissi la verità mi accontentò scritturandomi per un ruolo minore. Però è accaduto solo all’inizio, perché ora, al termine di un lungo  percorso riabilitativo, mi sento bene come prima. Anzi, meglio. Infatti da gennaio mi sono trasferita a Roma in modo da essere pronta per più provini e per restare sintonizzata nell’ambiente. Spero a breve di avere una bella notizia da dirti».

Prima di salutarti ho una curiosità da chiederti: sui social network proliferano le cosiddette attiviste (vedi Giorgia Soleri, fidanzata di Damiano dei Maneskin) che ogni giorno ci mostra le loro imperfezioni (naturali o indotte) come simbolo di una ribellione (non si sa a che cosa). Cosa ne pensi? 

«Ci sono argomenti di cui è bene parlare, oggi siamo in un mondo consapevole ed è un bene sfatare quanti più tabù possibile. Però credo che l’accettazione del proprio corpo non passa per forza dall’eccessiva esposizione sui social network. A volte è semplicemente troppo. Io ad - esempio - i social network li utilizzo per condividere i miei lavori, le foto, qualcosa di simpatico, ma poi ho bisogno di tornare nella verità delle cose. I miei valori, il mio modo di essere, la mia personalità, li esprimo sul set». 

Resta sempre aggiornato sulle notizie del tuo territorioIscriviti alla newsletter