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Il calcio si aiuti da solo

L'editoriale di Enzo Bucchioni

Il calcio si aiuti da solo
Sport Pistoia, 13 Dicembre 2022 ore 03:09

di Enzo Bucchioni


«Non andremo in soccorso del mondo del calcio, le società devono essere in grado di gestire bene i propri bilanci», il presidente del consiglio Giorgia Meloni non usa giri di parole. Il discorso è chiaro, netto e senza appello, come è giusto che sia soprattutto in questo momento nel quale il calcio italiano è ripiombato nel vortice di inchieste penali che ne stanno ulteriormente minando la credibilità.

La presidente del consiglio ha messo la pietra tombale sul discorso, ma nei giorni scorsi anche il ministro dello sport Andrea Abodi aveva escluso qualsiasi intervento “salvacalcio” in relazione al pagamento delle tasse arretrate, o altre stampelle per i bilanci in rosso. Una posizione ferma e compatta, ma anche una risposta all’emendamento alla legge di bilancio presentato dal presidente della Lazio e senatore Lotito, membro della maggioranza con alcuni altri parlamentari “soliti noti”: emendamento bocciato.

rocco commissoIl calcio si aiuti da solo, è questa la sintesi del discorso. Impari a gestire meglio le risorse (che non sono poche), non sperperi denaro, faccia bene i conti come qualsiasi altra società e soprattutto rispetti le regole. La battaglia del presidente della Fiorentina Rocco Commisso che aveva tutta l’aria di essere una roba da Don Chisciotte, sta invece ottenendo dei successi insperati almeno fino a qualche mese.

Il nuovo governo di centrodestra, arrivato in un momento di grande crisi economica, ha assunto una posizione netta in tutti gli ambiti con la lotta agli sprechi e al clientelismo, attenzione alle risorse, aiuti sì ma a chi ne ha veramente bisogno. Non è il caso del calcio che se è vero che perde la bellezza di quasi cinque miliardi e molte società sono sull’orlo del fallimento, deve fare autocritica e prendersela soltanto con sé stesso e i suoi dirigenti. E non è neppure colpa del Covid come cerca di sostenere qualcuno, perché se adesso il buco è di quasi cinque miliardi, prima della pandemia era attorno ai quattro. Non uno scherzo.

E non è un caso che in prima linea per sostenere il rispetto dei bilanci e delle regole ci sia un imprenditore americano come Rocco Commisso che opera in un sistema di economia liberale all’interno della quale le aziende si reggono soltanto sulla competitività, l’attenzione ai costi e ai bilanci, il rispetto assoluto delle regole. Appena sbarcato in Italia Rocco Commisso si è accorto invece che le regole del calcio sono fatte per essere costantemente aggirate senza che all’interno del sistema ci sia qualcuno con la voglia di fermare la deriva o cambiare le cose. Anzi, tutto è tollerato a cominciare dai buchi di bilancio e dalle situazioni amministrative sempre soggette a nebbie, aggiustamenti e anche insabbiamenti. E’ questa, ma non da oggi, la triste storia del calcio italiano che è sempre stato amministrato in un modo inaccettabile, che ha sempre cercato di vivere al di sopra delle sue possibilità, ha sempre gestito con leggerezza e superficialità le comunque ingenti risorse che arrivano dai diritti televisivi e dagli sponsor.

Era il 2003 quando fu varato il decreto Salvadebiti che in sostanza salvò dal fallimento molte società, con la promessa che sarebbe stato l’ultimo aiuto, ma quasi vent’anni dopo la situazione è sempre la stessa. E non possono essere soltanto problemi di chi non ha i conti in regola e rischia di fallire, il problema investe tutto il sistema, in particolare quello della serie A, perché la gestione economica malata finisce per condizionare anche le prestazioni sportive. E’ ovvio e dimostrato che alcune società non rispettano i bilanci, fanno buchi, per comprare giocatori più costosi, per pagare più soldi negli stipendi e alla fine avere squadre più forti, più competitive e in grado di vincere. Alla faccia, ovvio, di chi i conti li rispetta, è virtuoso.

Trattasi, come ampiamente dimostrato, di doping amministrativo, il tentativo di andare oltre falsando la competizione. Un sistema che non può più essere tollerato e che è stato messo a nudo dall’inchiesta penale della Procura della Repubblica di Torino che ha messo sotto inchiesta la Juventus. La vicenda, chiamata Bilanciopoli, ha portato alle dimissioni in blocco della catena di comando della società bianconera dal presidente Andrea Agnelli in giù, con la richiesta di rinvio a giudizio dei dodici dirigenti apicali per reati gravissimi come false comunicazioni sociali, false fatturazioni, aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza visto che la Juventus è quotata in borsa.

Situazione grave, in attesa naturalmente delle decisioni dei giudici e della normale presunzione di innocenza dovuta per tutti i soggetti alle prese con un procedimento e in attesa delle sentenze. Ma situazione aggravata dalle parole del presidente della Federcalcio Gravina che forse con l’intento di alleviare la posizione della Juventus, ha fatto sapere che forse non è la sola società ad avere usato le plusvalenze o altri marchingegni per aggiustare i bilanci. Il teorema “lo fanno tutti, quindi è normale”, non può e non deve funzionare. Se lo fanno tutti, devono pagare tutti, è quello che ha detto invece il ministro Abodi.

E’ la speranza. La speranza che l’inchiesta di Torino induca altre procure italiane ad avviare inchieste perché è evidente che nell’intreccio di giocatori scambiati negli anni con certe società e nelle intercettazioni filtrate nelle ultime settimane che la Juventus non poteva agire da sola, ma si sarebbe avvalsa della sponda di altri.

Quello che sorge spontaneo oggi è domandarsi ancora una volta: cosa ha fatto la Federcalcio? Come mai la Covisoc, l’organismo che dovrebbe controllare i bilanci delle società professionistiche italiane ha avallato tutto senza riscontrare anomalie?

Interrogativi inquietanti, tanto più che molte delle cose che si sono lette nelle intercettazioni erano già state scritte o dette, alimentando sospetti che avrebbero dovuto allertare gli organismi di controllo e che invece non si sono accorti di nulla. Quando parliamo di un sistema, è tutto abbastanza evidente. Che Rocco Commisso e la Fiorentina siano rimaste più o meno sole in questa battaglia non ci meraviglia perché le società più grosse spesso hanno stretto accordi con alcune delle più piccole per fare affari insieme. Un mondo borderline che alla fine conviene a tutti. O quasi.

E nel frattempo Commisso, in questa vicenda, ha perso anche l’unico alleato che pensava di avere: Claudio Lotito. Insieme avevano fatto eleggere Casini presidente della Lega, pensando fosse l’uomo nuovo, ma Rocco s’è fidato troppo. Casini, naturalmente, oggi sta con Lotito e come Lotito ha chiesto al governo interventi e sovvenzioni per salvare questo calcio malato. Per fortuna, come detto, le richieste sono state bocciate.

In mezzo a tutto questo stanno come al solito i tifosi che non possono più pensare soltanto a chiedere giocatori sempre più forti, la vittoria a tutti i costi e robe del genere alle loro società, ma successi sportivi attraverso gestioni oculate e sane. Se alla fine qualche società di serie A dovesse davvero fallire come successo nel passato a Fiorentina, Napoli e Chievo, sarebbero proprio i tifosi i primi a pagare. Feriti nella loro passione.

E, purtroppo, in questo momento un paio di società di serie A il rischio lo stanno correndo davvero. Sarebbe un dispiacere, ma nulla più. Chi non rispetta le regole è giusto che paghi, dura lex sed lex, dicevano i latini: sottoscrivo.

Il problema, però, è che non pagano mai quelli che il sistema calcio lo organizzano, lo regolamentano e lo controllano come la Federcalcio e organismi collegati. Ci siamo già chiesti cosa abbiano fatto quelli della Covisoc negli anni e come non si siano accesi bene i riflettori sulle plusvalenze. Un processo sportivo c’è stato: tutti assolti.

Ora ne è stato aperto un altro dopo l’inchiesta sulla Juventus, speriamo che almeno questo porti a qualche risultato, a fare chiarezza e pulizia. Negli ultimi mesi abbiamo assistito all’eliminazione-bis dell’Italia dai mondiali, sono scoppiati bubboni clamorosi come quello del procuratore capo arbitrale D’Onofrio arrestato per traffico internazionale di droga già da due anni ai domiciliari e contemporaneamente sulla sua poltrona dell’Associazione Italiana Arbitri, quello della Juventus con il terremoto che conosciamo in attesa del coinvolgimento di altri club e allora ci chiediamo: cosa aspettano a dimettersi i dirigenti della Federcalcio?

Vi anticipo: non la faranno mai. Le responsabilità vengono sempre dirottate su altri, sono abilissimi. Per questo mi aspetto che il ministro Abodi che il sistema e l’ambiente li conosce bene, abbia presto gli elementi per prendere decisioni forti. Serve azzerare e commissariare. Servono uomini nuovi dappertutto.

Sapete chi guida il calcio Italiano oggi? Oltre al ben noto Gravina presidente federale, ex presidente della Castel di Sangro, della serie C, under 21 e altro, ci sono Ghirelli, ex direttore generale della Federcalcio ai tempi di Calciopoli alla presidenza della serie C. Presidente dei Dilettanti è stato addirittura riciclato Abete, l’uomo del disastro dei mondiali del 2014 in Brasile, ex di più o meno tutte le poltrone dell’organizzazione. E’ tornato perfino Tavecchio, presidente del comitato Lombardia, il più importante di tutti. Ma dove vogliamo andare? 

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