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L'analisi

Allegri, Inzaghi, Mourinho tre big con la panchina che scotta

La crisi di alcune big della Serie A è dovuta anche a chi siede in panchina?

Allegri, Inzaghi, Mourinho tre big con la panchina che scotta
Sport Pistoia, 26 Settembre 2022 ore 17:56

di Enzo Bucchioni


Allegri, Inzaghi e Mourinho, tre allenatori alla ricerca del calcio perduto. E forse di sé stessi. Tre storie di amore e disamore pallonaro.

Quella di Allegri con la Juventus va pure oltre, c’è materiale per scrivere un grande romanzo popolare, una saga se volete. Meglio, una serie.

Il racconto su Max

Massimiliano Allegri è di Livorno, dove tutti lo chiamano confidenzialmente “Acciuga”. La cosa, per la verità, lo infastidisce e non poco, quasi quasi preferisce i tifosi bianconeri che gli urlano in faccia “Bollito vattene”. A quelli che gli vogliono più male potrei suggerire una roba del tipo “Acciuga vattene”, ma non voglio essere perfido. Comunque, ormai i contestatori sono qualche milione fra quelli che ci mettono la voce allo stadio e la maggioranza sui social dove #Allegriout è l’hasthag più cliccato da diverse settimane a questa parte. Ormai è diventato un movimento politico-calcistico: Allegri e il suo calcio antico non lo reggono proprio più i suoi stessi tifosi.

E pensare che Massimiliano è molto legato alla “Signora”, forse l’unica alla quale è stato fedele: undici titoli vinti in cinque anni. Dopo il buio. E su questo buio dobbiamo riflettere. E’ ormai evidente che il ritorno di Allegri sulla panchina della Juventus sia stata un’idea sbagliatissima. Da parte sua che ha sottovalutato le storie dei “Grandi Ritorni”, tutti finiti male, da Sacchi al Milan a Trapattoni alla stessa Juve e l’elenco è lungo, ma soprattutto da parte della società. Come si fa a richiamare un allenatore che avevi licenziato due anni prima facendo capire che “il suo calcio è vecchio” e bisogna guardare al futuro?

E qui sarebbe da esonerare Andrea Agnelli, ma chiaramente non si può. Dargli le colpe, tutte le colpe, è invece una conseguenza logica di una scelta senza senso. Non è stato Allegri a rimettersi in panchina, fosse stato per lui forse sarebbe rimasto a Livorno a prendere il sole o a girare in barca nel Mediterraneo. E lo si capisce dal linguaggio del corpo. Da quando è tornato non solo non ha vinto e alla Juve devi vincere sempre, ma non è riuscito neppure a dare una personalità, un’anima, un’idea alla squadra bianconera. Non per vantazione (licenza poetica), ma per provocazione, già un anno fa, dopo una manciata di partite avevo intuito che questo ritorno sarebbe finito male. Del resto bastava guardare giocare la Juventus e seguire Allegri spaesato in panchina.

Già un anno fa, quasi per provocazione scrissi: “Allegri sarebbe da esonero. Se avesse un altro nome e un altro contratto probabilmente sarebbe già stato cacciato”. Un anno dopo è ancora peggio perché il mercato è stato fatto su indicazione del tecnico, sono arrivati giocatori come Di Maria e Bremer, Paredes e Milik. C’è anche Pogba, ma lui non s’è ancora visto. Insomma, era logico aspettarsi qualcosa di più e di meglio e la conferma l’ha data lo stesso Allegri che più volte ha ribadito che “il nostro obiettivo è lo scudetto”. Non ha specificato in quale anno.

L’obiettivo, in teoria, se ti chiami Juventus dovrebbe essere anche la Champions, ma faccio fatica a ricordare i bianconeri in balìa di un avversario come successo qualche giorno fa con il Benfica. Il perché è facile da spiegare e ancora più facile da capire. Gli allenatori come Allegri funzionano soltanto se hanno tanti grandi giocatori da gestire, quando non devono insegnare calcio, ma dare solo equilibrio e personalità, curare l’aspetto tattico e fare gruppo. Ma è anche un problema di mentalità. Il calcio speculativo di Allegri, quello del “corto muso”, non solo non piace ai tifosi che vedono altre realtà più divertenti e più appassionanti, ma non lo amano neppure i giocatori che vogliono andare in campo per vincere, per confrontarsi, per giocarsela a viso aperto, anche per divertirsi, come fanno in Premier.

Quel calcio lì però richiede intensità, mentalità e organizzazione di gioco in tutte le fasi, non solo quella difensiva, che ad Allegri sfuggono. Ecco così che anche squadre neopromosse come il Monza (esempio) con la corsa e con l’organizzazione di gioco ti mettono in difficoltà e ti battono. Che fare? La situazione e la soluzione non sono facili. Il fallimento è evidente e di fronte ai fallimenti servono azioni rapide e tranchant. Ora più che mai dico che se Allegri non fosse Allegri sarebbe già stato esonerato.

Scenari futuri bianconeri

Perché la Juve aspetta? Per almeno tre motivi. Il primo l’ha detto l’altro giorno il “Grande Capo” John Elkann, ed è quasi una speranza: Allegri conosce come nessun altro il mondo Juventus e sa dove mettere le mani per rilanciare e preparare le basi per il futuro. Il secondo, quello più importante, è di natura economica. La Juve ha già il bilancio in rosso per duecento milioni e cacciare Allegri sarebbe un altro colpo durissimo. Non solo l’allenatore è stato richiamato l’anno scorso con leggerezza, ma con altrettanta leggerezza gli è stato fatto un contratto da nove milioni netti per quattro anni. Facendo due calcoli, esonerarlo costerebbe fra i 35 e i 40 milioni complessivi. Una follia. A questi, naturalmente, ne andrebbero aggiunti forse di più per ingaggiare un allenatore da Juve. Il terzo motivo del mancato licenziamento in tronco è anche la difficile ricerca del sostituto. Non può essere Montero, la Juve ha già pagato la scelta Pirlo. Basta esperimenti. Disponibile c’è Zidane, ma ha voglia o l’effetto pancia piena vale anche per lui? E poi è abituato a gestire campioni e oggi la Juve i campioni veri non li ha. Probabilmente si aspettano i Mondiali per capire se è possibile arrivare a Deschamps che ha già allenato la Juve l’anno della B, o semplicemente per avere un ulteriore tempo di riflessione.

E’ anche logico aspettarsi qualche miglioramento quando torneranno tutti i giocatori più forti, Chiesa compreso, ma non me la sento di vendere illusioni. Per me ogni giorno che passa è un giorno perso sulla strada della ricostruzione della Juve e dopo aver già buttato tre anni in scelte contraddittorie e spesso rinnegate (Sarri, Pirlo, l’Allegri bis), sarebbe il momento di puntare dritto a un progetto calcistico moderno messo in mano a un allenatore con idee e tanta voglia di dimostrare. Serve un altro Conte, i nove anni di successi portano la sua firma, è stato lui a mettere le fondamenta nel 2011, ma faccio fatica a vederne uno in giro con altrettanto carisma e capacità.

Cosa succede all’Inter?

E pensare che Agnelli, alla ricerca del jolly e per i suoi esprimenti, aveva puntato anche su Simone Inzaghi. Non è diventato bianconero soltanto perché Lotito, che la Juve non l’ha mai amata, non ha dato l’ok. Dubito che sarebbe stata la scelta giusta e lo dimostra quello che sta accadendo all’Inter. Simone Inzaghi è un ottimo allenatore e lo ha già fatto vedere alla Lazio e anche all’Inter l’anno scorso, vincendo qualche titolo, però a volte non basta. I grandi allenatori da grandi squadre si vedono nei momenti di difficoltà, quando c’è da inventare qualcosa, quando servono personalità e carisma superiori, quando vanno prese decisioni difficili. Nella normalità Inzaghi è bravo, nell’emergenza ha mostrato dei limiti. E poi fa parte anche lui, nonostante l’età più giovane, di quella categoria di allenatori che punta molto di più sui giocatori che sul gioco e quando manca un Lukaku o un Brozovic (esempio) vanno in difficoltà. Ma Inzaghi, al contrario di un Allegri che sembra appagato, la voglia di evolvere, di cambiare, di provare a battere strade nuove, può ancora trovarla. E una società come l’Inter con grandi dirigenti come Marotta e Ausilio saprà sicuramente aiutarlo.

Esonero? Improbabile ma, come detto, servono segnali di personalità, servono idee e intuizioni e li deve dare Inzaghi. E poi, anche qui, c’è un freno economico enorme. Il contratto di Inzaghi è stato rinnovato l’estate scorsa, licenziarlo costerebbe un ventina di milioni più l’ingaggio di un altro tecnico. Un’operazione da una quarantina di milioni e forse più, che l’Inter non può assolutamente fare. Nel caso, meglio turarsi il naso. Fa anche rima.

La storia di Mourinho

L’ultima storia, questa è buffa, la regala Josè Mourinho. L’ex Special One vive in giallorosso momenti contraddittori, conditi da successi (Conference) e sconfitte agghiaccianti, ma il suo carisma funziona ancora. Almeno quello. A Roma da oltre duemila anni sono alla ricerca di un nuovo re, Mou s’è candidato e il Popolo ha abboccato. Giustamente qui non si parla di esonero, ma se andiamo a vedere la campagna acquisti e l’organico di prima fascia, sarebbe logico aspettarsi molto di più. Mourinho però un gioco alle sue squadre non l’ha mai dato, è sempre stato bravo a lavorare sul gruppo, sulle motivazioni, sulle capacità tattiche nel leggere e preparare le gare. Ha funzionato per anni, ora molto meno. Forse anche lui ha perso un po’ di fame, il calcio è cambiato in fretta e non si possono più vedere le sceneggiate con l’arbitro di turno, contro certi avversari, soltanto per distogliere l’attenzione dai problemi della Roma che non può perdere in casa con l’Atalanta. Però mancava Dybala e anche qui siamo alle solite: chi basa il suo lavoro sui giocatori e non sul gioco paga di più le assenze. Ma a volte ai tifosi basta dire un “Pirla” o un “Dajè” per far scattare il senso di appartenenza che spesso vale più di un corso a Coverciano.

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