Politica
L'inchiesta

La Toscana e la grande fuga dal PD

In 14 anni i consensi del partito che guida la Regione sono più che dimezzati

La Toscana e la grande fuga dal PD
Politica Pistoia, 10 Ottobre 2022 ore 03:14

di Stefano Tamburini


Sono anni che guardano quella porta dove in tanti escono per non tornare mai più. Sono anni che fingono di non vedere che sono poche le nuove facce che fanno capolino. Sono anni che a suon di sommare tanti “io” hanno perso la capacità di pensare al plurale. Benvenuti nella metaforica casa del Partito democratico toscano, un gigantesco conte Mascetti della politica, capace di dilapidare un patrimonio di due famiglie, quello del padre (il Pci) e quello della madre (la sinistra Dc) e incapace di abbandonare lo scintillio di quei mondi diversi che lo stanno portando sull’orlo della rovina.

Il problema è che ancora oggi i più, al vertice, non hanno capito.
Neanche dopo il disastroso esito delle urne, l’ennesimo. Alla base sì che hanno compreso il dramma e c’è chi mostra orgogliose lacrime come Brunero Tarlini, che si è sfogato martedì scorso sulle pagine dell’edizione fiorentina della Nazione: «Mi sento distrutto. Dopo avere lavorato una vita sono in pensione da dodici anni e continuo a dare quello che posso come volontario. Ritrovarsi così, in mano alle destre, è dura». Ce ne sono tante di lacrime come queste, talvolta anche fra chi ha rinunciato a crederci. In 14 anni, in quattro tornate delle Politiche, il Pd ha più che dimezzato i consensi. A votarlo, nel 2008, in Toscana erano in più di un milione (1.110.624, per l’esattezza, il riferimento è al voto per la Camera) e quel milione valeva il 46,83 per cento. Nel 2013 erano 831.464, 289.160 in meno, e quel voto pesava ancora per il 37,47. Nel 2018, altro crollo di 198.957 voti: siamo a quota 632.507, con il 29,63. Gli ultimi ad andarsene, per ora, sono stati i 136.978 che domenica scorsa hanno fatto calare il Pd al minimo storico di 495.529 voti. In 14 anni quelli che sono scappati (615.095) sono più di quelli rimasti.

E il Pd in Toscana è sceso al 26,39.
Consensi PD in ToscanaSe gli errori del partito a livello nazionale hanno il loro peso oggettivo, nella tendenza toscana c’è indubbiamente qualcosa che mina alla radice la credibilità di un’offerta che lentamente ha subito una mutazione genetica. Le surreali dichiarazioni del presidente della Regione, Eugenio Giani, sono la dimostrazione della mancata consapevolezza del disastro: «Non vedo conseguenze del voto politico insoddisfacente per noi, perché se in Toscana mettiamo insieme i consensi del Pd, delle liste di sinistra e di Italia Viva- Azione, sia sinistra sia Italia Viva sono nella mia giunta, osserviamo che abbiamo il 43-44%. Mentre il centrodestra ha preso il 38,5% in Toscana. La maggioranza è ancora salda». Insomma, siamo all’orchestra del Titanic che suona mentre la nave affonda, siamo all’invocazione del “campo largo” già abbandonato da chi ci si sentiva stretto.

I CAPOLUOGHI PERDUTI
E se non bastassero le nude cifre, ci sono le conseguenze più dirette del voto che da anni devastano il campo progressista. Fra i dieci Comuni capoluogo (undici, inserendo sia Massa sia Carrara), al Pd ne restano appena tre (Firenze, Prato e Livorno) e la parte carrarese della provincia apuana. Peraltro, quando nel 2019 l’attuale sindaco di Livorno, Luca Salvetti, era impegnato nella campagna elettorale, a ogni appuntamento si affrettava a precisare: «Io con il Pd non c’entro niente». All’analisi conviene poi aggiungere un altro luogo simbolo, Piombino, ex città operaia. Nel 2019 è passata di mano, dopo 70 anni, a un centrodestra unito a un fronte civico che ha trasformato quell’elezione per il sindaco in un referendum contro l’apparato del Pd locale cintura nera di autoreferenzialità, oggi ridotto a poco più del 24 per cento. Una città doppiamente simbolica perché qui adesso il Pd, attraverso il presidente Giani nella sua veste di commissario straordinario, sul rigassificatore Snam sta giocando una partita “sporca”, antipopolare, al servizio di poteri forti, senza minimamente preoccuparsi di coinvolgere la cittadinanza in scelte prese da lontano e neanche mai discusse. Esattamente il contrario di ciò che erano le anime politiche di riferimento, quella comunista e quella cattolica di sinistra. Tradizioni ridotte in cenere con la fine delle ideologie, quando è cambiato l’approccio, il rapporto con il cittadino. Si è smarrita la visione, fatta di percorsi condivisi e progetti comuni. E sono aumentati i personalismi, dando vita a un guazzabuglio percepito come terreno di guerriglia fra gruppi di potere o, peggio ancora, comitati di affari. Il predecessore di Enrico Letta, Nicola Zingaretti, se n’era andato con parole durissime: «Mi vergogno di questo partito dove si parla solo di poltrone mentre avanza la terza ondata del virus».

LA MUTAZIONE GENETICA
L’avvio della mutazione avviene negli anni a cavallo del cambio di millennio, quando nelle liste per le elezioni amministrative il Pds-Ds comincia a far sparire operai e agricoltori per mettere in vetrina sempre più avvocati, esperti di soldi e imprenditori. Un altro passo significativo è quando Walter Veltroni, segretario Pd, presenta come capolista in Veneto il presidente di Federmeccanica Massimo Calearo, uno con l’inno di Forza Italia come suoneria del cellulare. Però l’immagine più efficace per definire la distanza fra la base elettorale di quel partito e il suo vertice ci viene mostrata il 28 novembre 2017, proprio in Toscana, a Donoratico. Il segretario del partito è Matteo Renzi, alla stazione lo attende una delegazione di operai delle Acciaierie di Piombino, alle prese con l’ennesimo rischio di licenziamenti di massa. Ebbene, Renzi li fa aspettare a lungo perché è a Bolgheri, a degustare Sassicaia. Già, proprio Renzi, lo stesso che vanta amicizie fuori sintonia come quelle con lo scomparso Sergio Marchionne, con Denis Verdini e Flavio Briatore. Siamo già ben oltre i mostri generati dal sonno della ragione. Siamo al «ciao poveri» sparato in faccia a chi si aspetta di essere tutelato. Il pericolo di questa deriva, di tanto in tanto, viene colto, specie quando cambia il segretario nazionale. Enrico Letta, nel marzo del 2021, subito dopo il suo insediamento, mi aveva rilasciato un’intervista illuminante: «Specie in Toscana, andare all’opposizione in un po’ di città ci ha fatto solo bene. Troppe divisioni, troppi atteggiamenti personalistici dentro il partito. Dobbiamo chiudere questa epoca. I circoli troppo spesso sono stati usati più per costruire carriere personali che per creare dibattiti». 

Cambiato qualcosa da allora? Niente, meno di niente. Anzi. Siamo arrivati al surrealismo di Dario Nardella, sindaco di Firenze per hobby e come principale occupazione crearsi una carriera personale. Lunedì, dopo la batosta elettorale, se n’è uscito con un’intervista dai toni fantascientifici: «Per buttare giù il Pd a Firenze ci vogliono mille Meloni, mille Calenda e mille Conte. Qui il Pd non lo butta giù nessuno perché siamo forti. Anche nel peggiore dei momenti, con la destra più aggressiva, con una campagna elettorale più in salita, con la coalizione più complessa e avversari a destra e sinistra, vinciamo con un distacco rispetto al centrodestra di 16 punti». Pur in presenza di tutto questo, con le aspre divisioni rispetto a Italia Viva, che fa parte della maggioranza, nel palazzo della Regione da qui alla scadenza del mandato elettorale non accadrà niente di clamoroso, soprattutto per gli ottomila e passa (euro) di motivi netti mensili che animeranno ogni consigliere regionale nel tenere in piedi la baracca fino all’ultimo giorno utile, nel 2025. Ma c’è da tremare al pensiero delle scelte significative che la Regione dovrà prendere o dovrà contribuire a far prendere. In primis quelle sulle infrastrutture, dall’aeroporto di Peretola alle strategie per la Fi-Pi-Li, dalle politiche espansioniste della multiutility fiorentina per acqua, rifiuti ed energia fino al rigassificatore di Piombino e alla base militare di Coltano. Con sullo sfondo l’enorme scandalo dello smaltimento irregolare dei fanghi tossici di conceria.

IL CAPRICCIO DI PERETOLA
Cominciamo dall’aeroporto. Di cosa si tratti, in realtà, lo ha ben spiegato lo scorso 21 settembre lo storico Franco Cardini in un’intervista rilasciata a Mario Lancisi per il Corriere Fiorentino: «Il potenziamento dell’aeroporto di Firenze è una sorta di capriccio di certi imprenditori ricchi e blasonati. C’è Pisa, grande aeroporto: potenziamo quello, magari costruendo un collegamento ferroviario decente perché l’attuale fa schifo. Credo anche io che a Firenze occorra un aeroporto, tipo Ciampino. Ma l’allungamento della pista mi pare inopportuno e pericoloso. Purtroppo la politica è subalterna agli interessi campanilistici. Non si fanno le scelte che si ritengono giuste ma quelle che portano voti e potere».
Nel frattempo, il vero affare (per pochi) è stato rappresentato dai soldi scuciti (oltre venti milioni) per pagare studi di ingegneria di Firenze e dintorni. Altri milioni sono invece usciti per sostenere le spese legali per affrontare i ricorsi dei vari comitati anti-raddoppio. Dunque una gallina dalle uova d’oro che potrebbe continuare nella “cova” se le lobby fiorentine decidessero che val la pena proseguire, con la consueta accondiscendenza della Regione. Senza mai pensare a potenziare i collegamenti stradali (la vergogna della Fi-Pi-Li resterà tale) e, soprattutto, ferroviari con l’aeroporto di Pisa, che è a meno di 70 chilometri e con una linea veloce potrebbe essere raggiunto in 20, 25 minuti. Il problema è che a premere su Peretola c’è la doppia anima di Italia Viva e del Pd fiorentino, che hanno radici comuni anche nel renzismo delle origini. Significative le parole spese in più occasioni da Marco Martini, ex sindaco di Poggio a Caiano, iscritto al Pd: «Questi vanno avanti nonostante le sentenze del Tar e poi del Consiglio di Stato, nonostante le ben 124 prescrizioni al masterplan, nonostante le contrarietà dei sindaci della Piana, e soprattutto nonostante il fortissimo impatto ambientale che imporrebbe a un’area già inquinata e densamente costruita, per di più privandola del grande parco urbano previsto. Queste decisioni, qualora fossero attuate, cozzano in modo netto con quanto prescrive l’Europa, che prevede per distanze inferiori a 250 km l’integrazione tra treno e aereo». «Si tratterebbe dunque – gli fa eco Fausto Bosco, dell’associazione “Progressisti in cammino” di Pisa – di una decisione sbagliata e pericolosa, che stride con le direttive europee fondamentali per la transizione ecologica. E se ci fosse ancora qualche dubbio, in una recente intervista è stato lo stesso presidente dell’Enac, Pierluigi di Palma, a parlare apertamente della necessità di un’impostazione rinnovata del nuovo Piano nazionale degli aeroporti e della necessaria integrazione intermodale tra aereo e ferrovia sulle distanze medio brevi.  Dunque, il potenziamento e la velocizzazione dei collegamenti tra Firenze e la Toscana costiera». Peraltro qui riemerge anche il tronfio annuncio di Giani di volere “regionalizzare” la Fi-Pi-Li senza avere le risorse per gestirla. Si era dato anche un tempo («la apriremo entro un anno») ed era il gennaio 2021. Naturalmente non è accaduto niente, così come sarà dopo l’annuncio di una terza corsia per tutto il tragitto.

IL PROGETTO “SEGRETO” SULLA BASE DI COLTANO
C’è poi la storia del progetto della base militare di Coltano che, sia pure con diverse caratteristiche, è molto simile a quella del rigassificatore di Piombino. Il presidente della Regione Eugenio Giani la subisce, se non la incoraggia. Per evitare lo scempio di Coltano si mobilitano comitati di cittadini e donne e uomini di cultura, per ora con un successo parziale ma senza certezze che questa cosa non si sposti altrove, magari a Pontedera o ancor più nell’interno. Significativo l’appello lanciato da 60 studiose e studiosi dell’Università di Pisa, fra cui Adriano Prosperi e Salvatore Settis, già docenti della Scuola Normale Superiore. In questo documento emerge soprattutto la mancanza di trasparenza. Il progetto è noto da più di un anno a Giani che lo ha tenuto nascosto, così come ha fatto per mesi con quello del rigassificatore piombinese. La storia di Coltano emerge solo grazie al lavoro di indagine del gruppo consiliare “Diritti in Comune”. Peraltro si contesta l’uso di 190 milioni di euro (costo stimato per l’intervento) tratti da fondi pubblici di finanziamento a destinazione sociale e ambientale, che nulla hanno a che vedere con un’opera di militarizzazione del territorio, per di più dentro un’area protetta.

LO SCEMPIO RIGASSIFICATORE E LA MINACCIA MULTIUTILITY
Peggio ancora sta andando sul progetto del rigassificatore, con il presidente Giani nelle vesti di commissario, che recita più parti in commedia e accetta supinamente le bacchettate del governo. Dopo aver affermato spavaldamente di voler far realizzare ben due Valutazioni di impatto ambientale china la testa di fronte al no del governo, ben sapendo che una procedura di impatto ambientale darebbe lo stop a quel progetto. Così apre una procedura farsa e il 29 ottobre è pronto a firmare comunque l’autorizzazione. C’è infine il progetto della multiutility per settanta comuni dell’area fiorentino-pistoiese e anche oltre che presenta molti lati non troppo chiari. Si tratterebbe di fornire congiuntamente luce, acqua, gas e gestire la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. Il primo passo è la fusione di Alia (azienda pubblica che gestisce i rifiuti), Consiag (società di 23 comuni), Publiservizi (holding di 35 Comuni) e Acqua Toscana. L’atto è già stato approvato dai consigli di amministrazione delle quattro società. L’obiettivo finale è costruire una potentissima multiutility regionale con dentro anche Estra e Toscana Energia. Mentre in molti Comuni i sindaci fanno approvare le delibere di adesione in fretta e furia a consigli comunali disinformati, già si guarda a Siena e Arezzo e anche oltre. In altre realtà italiane dove si sono fatte operazioni simili non solo le bollette non sono diminuite ma il controllo del privato si rivela un tradimento allo spirito dei referendum sull’acqua pubblica. In più, mettere tutti i servizi in mano a una società per azioni taglia fuori anche i Comuni da qualsiasi possibilità di controllo. E la quotazione in Borsa espone a rischi speculativi sulla pelle dei cittadini. Devastante.

LO SCANDALO KEU E I SILENZI IMBARAZZANTI
Sullo sfondo resta un lato più che oscuro, quello dello scandalo dello smaltimento irregolare dei fanghi di conceria, scoppiato nell’aprile del 2021. Un’inchiesta non ancora completata con infiltrazioni e legami con la ’ndrangheta e, soprattutto, con un emendamento in consiglio regionale fatto approvare in modo quantomeno sbrigativo (eufemismo) per aiutare il Sistema concerie a eludere o saltare i controlli sugli scarti tossici. Chi dovrebbe rispondere tace, scappa. Fra gli altri, la segretaria regionale del Pd Simona Bonafè, il presidente del consiglio regionale Antonio Mazzeo (Pd), il consigliere regionale Andrea Pieroni (Pd, promotore dell’emendamento poi cancellato dopo l’avvio dell’inchiesta) e la sindaca di Santa Croce, Giulia Deidda (Pd). L’ex presidente della commissione parlamentare Antimafia, Rosy Bindi (Pd), a suo tempo non le aveva mandate a dire: «Siamo oltre gli indizi, non si può restare in silenzio perché sono in ballo salute dei cittadini, ambiente e denaro pubblico».
Siamo purtroppo di fronte alla peggiore arroganza di un potere autoreferenziale, che scambia il consenso nell’urna (che presto potrebbe non esserci più) per investitura regale. E qui i silenzi, la mancanza di parole, sono più di un veleno mortale per la democrazia. No, la politica non può tacere, perché i silenzi sono omertà. Le lacrime di Brunero Tarlini alla Casa del popolo di Querceto riassumono lo smarrimento di tanti di fronte al crollo della Toscana roccaforte rossa, sbriciolata non tanto dagli attacchi esterni. Possiamo dirlo, questa è una morte lenta per sabotaggio dall’interno. O, meglio ancora, un’eutanasia.

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