Cronaca

Studenti violenti e baby gang, è allarme

Cresce la tensione nel centro storico di Pistoia. La psicologa: «Si fa sentire la solitudine post-pandemia».

Studenti violenti e baby gang, è allarme
Cronaca Pistoia, 20 Marzo 2022 ore 10:01

È ancora malamovida nel centro storico di Pistoia e la Questura è di recente intervenuta per contrastare il fenomeno.
La scorsa settimana il questore Olimpia Abbate ha emesso dodici divieti di accesso alle aree urbane, anche noti come Dacur, ovvero il daspo urbano, nei confronti di altrettanti giovani alcuni dei quali minorenni. La misura prevede che i giovani, per un anno, non potranno entrare in gelaterie, pasticcerie e bar del centro di Pistoia dalle 17 del pomeriggio fino alle 2 di notte.

Allo stesso tempo l'ordine degli psicologi della Toscana ha lanciato l'allarme baby gang (per fatti verificatosi sul territorio regionale e in particolare a Firenze) affermando che i figli sono «sempre più aggressivi, per cui serve un ritorno all’ascolto e alle regole, come è necessario creare spazi e progetti, a scuola e fuori, oltre a sostenere genitori e insegnanti».

Un fenomeno, quello delle baby gang, di cui si sente sempre più spesso parlare.
Abbiamo approfondito l'argomento con la psicologa Sabrina Ulivi.
«Emozioni primarie come paura, rabbia e dolore fanno parte del sistema umano e hanno bisogno di essere elaborate e indirizzate, tuttavia gli adolescenti non ne hanno gli strumenti e dalle emozioni non gestite scaturiscono reazioni che possono essere aggressive. Perché l'aggressività ha sempre emozioni come dolore e paura alla base. A quell'età, va sottolineato, non c'è nemmeno la capacità di valutare correttamente il pericolo e il rischio».

Da non sottovalutare anche il bisogno di appartenenza al gruppo, preponderante in età adolescenziale.
«La rabbia è difficile da veicolare - ha aggiunto l’esperta interpellata dal “Giornale” - perciò spesso si finisce per andare dietro a chi nel gruppo propone di fare qualcosa, mentre nemmeno ci si rende conto della gravità di ciò che stanno facendo. A quell'età è importante adeguarsi al gruppo. Si compiono atti che sappiamo non essere corretti anche se vanno contro agli insegnamenti avuti dai genitori, perché è il bisogno di appartenenza al gruppo a prevalere. Il bisogno di farsi accettare e rispettare dal gruppo di coetanei è molto forte e si pensa che per esserlo occorra fare tutto ciò che il capogruppo propone».

Una questione di crescita biologica ed emotiva, dunque, e di certo l'isolamento dettato dal Covid non ha aiutato i più giovani. E, soprattutto, una esperienza con la pandemia che non è durata soltanto questa settimana ma si è protratta (almeno per ora) per poco meno di due anni con conseguenze importanti anche negli adulti, figuriamoci per chi si è visto rivoluzionare la vita dei contatti e dei confronti quotidiani in età adolescenziale.

«Nell'adolescenza il nostro sistema nervoso centrale ha un'attività più elevata rispetto alle età precedenti, vive una sorta di risveglio, quasi come se andasse in iperattività - ha sottolineato Sabrina Ulivi - aver vissuto questa fase della vita mentre il mondo esterno imponeva limiti alla socialità e impediva di condividere la vita con gli altri è stato devastante. Oltre al fatto che c'è stata una esasperazione dei sistemi della paura, ognuno di noi, per due anni, ha sentito parlare di morte tutto il giorno, anche gli adulti hanno avuto grosse difficoltà in questo periodo e per gli adolescenti è stato ancora peggio. Gli atti di violenza non devono mai essere giustificati, però è evidente come si abbia a che fare con una generazione sotto pressione, da ascoltare e aiutare».
E proprio in questi anni di pandemia anche per i genitori è stato ancor più difficile accorgersi e prestare attenzione ai possibili disagi emotivi che stavano provando i propri figli.

«La parola d'ordine è ascoltare. L'ascolto è molto importante, ma non è stato facile nemmeno per gli adulti, poiché in questi anni di pandemia in ognuno di noi ha preso il sopravvento il principio di sopravvivenza della specie. Finché siamo circondati da sentimenti di paura sarà più difficile per tutti noi essere attenti, o accorgersi se succede qualcosa agli altri intorno a noi, anche se si tratta dei propri figli. Questo perché emozionalmente siamo già carichi e questo ci permette di non vedere il resto. Si tratta di un processo non intenzionale, sono meccanismi non consapevoli, perciò non c'è certo da colpevolizzarsi. Ma mettendo i propri figli in condizione di poter parlare liberamente e ascoltandoli si inizia a percorrere il giusto cammino per uscire insieme da una eventuale situazione di disagio».

Resta sempre aggiornato sulle notizie del tuo territorioIscriviti alla newsletter