La storia

Le settanta biciclette storiche di Floriano «Il mio museo personale…quanti ricordi»

Un viaggio a ritroso nel tempo negli antichi mestieri e nelle due ruote usate anni fa

Le settanta biciclette storiche di Floriano «Il mio museo personale…quanti ricordi»
Pistoia, 08 Novembre 2020 ore 15:14

Floriano Musulesi, 78 anni, ci ha presi per mano e portati a bordo del suo pick up Mitsubishi a vedere il “museo” delle biciclette degli antichi mestieri.

Musulesi è già stato sul nostro settimanale quando scrivemmo di lui e delle sue capre assalite dai lupi nel suo podere in via Baco a Cantagrillo. Stavolta è stato lui a “sbranare” i nostri occhi quando, aprendo la porta del suo hangar, ci siamo trovati davanti a decine di antiche biciclette con le quali tante persone hanno condiviso la propria esistenza.

Ciabattini, pompieri, medici, preti, tassisti, arrotini, cantastorie, bersaglieri, lattai e molti altri erano lì, rappresentati dalle loro biciclette accessoriate da marchingegni dell’epoca e dalle gomme logorate. È stato un tuffo nel passato non molto lontano perché molti dei nonni in vita, ricordano ancora oggi quei personaggi. Osservando quelle biciclette è impossibile non pensare a coloro che vi pedalavano, alle strade sassose o fangose, alle fredde piogge invernali o al sole rovente dell’estate. Tutto questo per guadagnare la pagnotta, assistere una puerpera, confortare un malato, dare i sacramenti religiosi.

Musulesi ha raccolto in oltre 30 anni circa 70 esemplari di biciclette girovagando per l’Italia: non ci sono quelle in carbonio o a pedalata assistita…

Su questa bicicletta c’è scritto norcino. 

«Serviva a andare a ammazzare i maiali – ha risposto Musulesi – e con tutti quei coltelli poi erano macellati». E questa su cui c’è scritto taxi?

«Questa bicicletta l’ho trovata a Ravenna, serviva a portare gente dalla stazione alle terme o a una locanda, ma questa accanto, quella del pompiere è rara. L’ho trovata nel Veneto, è roba avanti guerra, e poi c’è quella, del ciabattino. Quando ero piccolo vedevo arrivare nell’aia questo tizio e la gente gli portava a risolare le scarpe o gli zoccoli. Alla sera se il ciabattino non ce l’aveva fatta a fare tutto dormiva nel pagliaio, se era inverno dormiva nella stalla in una greppia vuota».

Quella con il crocifisso era di un prete. 

«Sì, una bicicletta da donna perché i preti portavano vestiti a sottana, questo è il pennello con secchietto per l’acqua santa, questo per l’elemosina, questo per spegnere le candele e la bibbia». Come è nata questa passione?

«È iniziata 30 anni fa quando trovai in un vecchio casolare la bicicletta del lattaio – ha detto Musulesi – facendomi ricordare quando da piccolo vedevo questo tipo arrivare a prendere il latte delle mucche dei miei nonni. Vedendo quella vecchia bici appoggiata a un muro tutta polverosa, fu come rivedere momenti vissuti da piccino ed è scoccata lì la scintilla. Queste biciclette – ha proseguito quasi commosso Musulesi – mi rievocano cose che ho vissuto e a volte rimpiango».

Ha fatto delle mostre?

«Sì, la più bella fu in occasione del mondiale di ciclismo femminile Pistoia-Firenze, una mostra di 25 pezzi fatta dentro il palazzo comunale».

Qual è stata la bicicletta più difficile da avere?

«Indubbiamente quella del ciabattino che ho trovata a Occhiobello (provincia di Rovigo, ndc), in un fienile abbandonata dai contadini. Mi hanno chiesto in molti di vendere alcune delle mie biciclette anche a prezzi buoni ma non ne ho data una».

E perché non le ha vendute?

«Ma come perché? Se le vendo poi, come faccio a vederle?».

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