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Depuratore di Veneri, in tre vanno a giudizio

Il sindaco è una figura minore nella vicenda, indagati anche Giovanni Battista Meschi e l’ex commissario prefettizio Silvia Montagna.

Depuratore di Veneri, in tre vanno a giudizio
Cronaca Pistoia, 20 Marzo 2022 ore 14:01

Il giudice per le Indagini preliminari del tribunale di Pistoia ha emesso un decreto penale di condanna, su richiesta della Procura della Repubblica, ingiungendo a Giovanni Battista Meschi, Silvia Montagna e Oreste Giurlani il pagamento, rispettivamente, di 13mila, 7.500 e 3.000 euro, accusati di aver violato l’articolo 132 del Codice dell’Ambiente.
I tre, all’epoca cui risalgono i fatti che hanno portato alla condanna, erano responsabile della normativa ambientale del Consorzio del torrente Pescia, commissario prefettizio e sindaco; l’accusa è quella di aver autorizzato, nell’estate 2017, e per Meschi e Montagna anche in quella 2018, il riutilizzo delle acque reflue provenienti dal locale depuratore per irrigare i campi delle aziende agricole e floricole della zona di Veneri, in un periodo particolarmente secco.

Indagini successive effettuate sia da Arpat sia dai Carabinieri Forestali avrebbero riscontrato come l’acqua fosse inquinata; i tre, però, hanno deciso di impugnare il decreto, per dimostrare in tribunale la propria innocenza.
«Questa vicenda è una di quelle che fanno capire perché in Italia ci sono sempre meno persone disposte a fare il sindaco - ha commentato Giurlani - e che sta costringendo il Parlamento, anche su forte sollecitazione dell’Anci, a portare seri correttivi per evitare tutto questo; la questione è prettamente tecnica, e mi vede, semmai ci sia una scala di responsabilità, come ultimo dopo altre due figure, fra le quali un commissario prefettizio, la dottoressa Montagna, che nel suo periodo di governo della città ha assunto lo stesso provvedimento».
Il sindaco sospeso ritiene che la firma al provvedimento sia stata un atto tecnico, dettata dall’esigenza di assicurare l’acqua ai coltivatori di Veneri, in una situazione di siccità che rischiava di mandare in fumo il loro lavoro; per questo è stato impugnato il decreto penale di condanna, con la motivazione ‘il fatto non sussiste’ e comunque ‘non costituisce reato’.

«È stato rappresentato che l’ordinanza emessa dal sottoscritto il 29.5.2017 nella mia veste di sindaco di Pescia, oggetto del decreto penale di condanna, è stata emessa nell’assoluta legittimità - ha aggiunto - in quanto il riutilizzo delle acque reflue provenienti dal depuratore fu autorizzato, sussistendone tutti i presupposti di necessità e di urgenza, previsto dal testo unico  sugli enti locali. Secondo quanto mi confermano i miei legali, non ho violato alcuna norma di legge né tantomeno l’articolo 132 del codice dell’ambiente; attendo con fiducia e serenità la celebrazione del processo a mio carico».

La data dell’udienza in Tribunale non è ancora stata fissata.

«Da parte mia, confermo di avere solamente seguito le indicazioni tecniche che mi sono state presentate come condizioni necessarie, come del resto era successo nei dieci anni precedenti e come il buonsenso indicava di fare. Non credo stia a un sindaco, che si trova in buona fede e confortato da autorevoli pareri tecnici, entrare nel merito di decisioni che non hanno niente a che vedere con la discriminante politica, e hanno l’unico obiettivo di salvaguardare il duro lavoro di persone e famiglie che coltivano con grandi sacrifici la terra. Per questo abbiamo fatto ricorso, perché mi ritengo assolutamente estraneo a ogni responsabilità».

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