Aggredito sul lavoro, Boccardi: “Mi è rimasta la paura”

L'intervista era stata pubblicata sul GIORNALE DI PISTOIA E DELLA VALDINIEVOLE venerdì 8 marzo.

Aggredito sul lavoro, Boccardi: “Mi è rimasta la paura”
Pistoia, 07 Aprile 2019 ore 17:19

Sul numero del GIORNALE DI PISTOIA E DELLA VALDINIEVOLE  in edicola gli sviluppi sulla vicenda di Fiorenzo Boccardi, aggredito sul lavoro tempo fa, qui invece l’intervista che l’uomo ha rilasciato al settimanale dopo il fatto.

“Mi è rimasta la paura e il dolore. Da quel giorno, la mia vita è cambiata”.

A parlare così è Fiorenzo Boccardi, l’operaio di 41 anni, colpito dal collega trentenne Fabrizio Mirisola con un oggetto affilato mentre stava lavorando all’interno dello stabilimento Hitachi di via Ciliegiole a Pistoia. A tre mesi di distanza dalla grave aggressione abbiamo contattato Boccardi che è rientrato al lavoro il 4 febbraio scorso.

Fiorenzo ci racconta cosa è successo quel maledetto lunedì 19 novembre, giorno dell’aggressione?
“E’ stata una cosa incredibile che non avrei mai pensato di dover vivere. Quella mattina ero entrato al lavoro alle 7 e 10. Sono saldatore e mi sono diretto in carrozza per iniziare il lavoro. Poi sono sceso perché dovevo sistemare delle cose all’interno della buca una sorte di rimessa per gli attrezzi. Mentre ero dentro lui mi ha raggiunto e ha detto: “Non dovevamo vederci venerdì sera per chiarirci?”. Io ho cercato di uscire dalla buca tirandomi su con le braccia. Mentre facevo questo movimento lui mi ha colpito allo sterno, sotto il braccio sinistro. Non ho sentito niente in quel momento e ancora oggi mi chiedo con cosa mi possa aver ferito. Doveva trattarsi di un oggetto molto affilato tipo un bisturi o un trincetto perché non ho sentito dolore. Indossavo anche il giubbotto da saldatore che è stato forato. Sono uscito dalla buca e ho cominciato a rincorrerlo. Lui camminava a passo svelto ma non correva. A un certo punto mi sono accorto che respiravo male e che perdevo sangue. E’ stato in quel momento che mi sono reso conto che mi aveva ferito con un’arma da taglio ma non sentivo dolore. Ho detto ai miei compagni che mi aveva ferito. Quando è venuto a cercarmi ho pensato che volesse litigare o tirarmi un cazzotto al massimo ma mai avrei pensato di essere ferito a quel modo. Sul posto di lavoro non si può pensare una cosa del genere. Da nessuna parte ma al lavoro mi sono sempre sentito sicuro. Io sono convinto che volesse colpire qualche organo vitale; sarei rimasto nella buca e non mi avrebbero trovato fino alla fine del turno. Sarei morto”.

Dopo cosa è successo?
“Sono andato al pronto soccorso con il codice giallo. All’inizio la gravità della situazione non era chiara. E’ stato il medico ad accorgersi di una emorragia interna e a dire che era necessario operare d’urgenza. Sono entrato alle 10.30 in sala operatoria e alle 14 sono stato trasferito in terapia intensiva. La ferita era profonda 10 centimetri e larga due. Il dottore ha detto che mi è andata bene perché potevo morire”.

Cosa era successo venerdì durante l’orario di lavoro? Per quale motivo avevate litigato?
“Eravamo colleghi di lavoro da diverso tempo, entrambi dipendenti della ditta Campanella. Sono entrati all’Hitachi in qualità di montatore e di saldatore: montavo i telai dei treni. Ho sempre fatto questo lavoro anche se per 26 anni ho saldato il ferro mentre all’Hitachi saldavo l’alluminio. Anche Fabrizio era saldatore, aveva il compito di controllare i lavori. Venerdì avevamo avuto una discussione ma non era la prima volta. Spesso litigava anche con gli altri. Aveva avuto da ridire su un lavoro senza alcun rispetto. Io ho portato avanti le mie ragioni e abbiamo cominciato a discutere.

Quando ho visto che insisteva ho chiamato il responsabile, gli ho spiegato le mie motivazioni ed è andato a parlare con Fabrizio. La cosa è finita lì. Io non ci pensavo neanche più. Mirisola afferma di avermi dato appuntamento fuori dalla ditta ma io non l’ho sentito pronunciare quella frase. Sono andato a casa e non ci ho pensato più. Lunedì ho ripreso il lavoro tranquillo. Non riesco a capire come possa essere arrivato a fare una cosa del genere. Era un mio collega e per un periodo era venuto in palestra a Prato con me. E’ inconcepibile arrivare ad aggredire un collega sul posto di lavoro. Ma poi per cosa? Questo mi piacerebbe saperlo”.

Dopo l’aggressione Mirisola è uscito dalla ditta e non si è fatto trovare.
“Ha lasciato i cellulari dentro l’armadietto, ha timbrato il cartellino ed è uscito camminando con il giubbotto da saldatore addosso. Dopo tre giorni si è costituito…Io credo che mi abbia colpito per uccidermi. C’è mancato poco che non mi ferisse al cuore e io da quella buca non sarei più uscito. Mi avrebbe potuto trovare mio fratello che lavora anche lui all’Hitachi, quando veniva a chiamarmi per andare a prendere un caffè”.

Non era mai successo niente prima che poteva far pensare a un epilogo così grave?
“No, io non ho mai pensato di poter prendere una coltellata sul posto di lavoro. Io, in passato, ho lavorato anche con carcerati che seguivano dei corsi per il reinserimento e non ho mai avuto paura. Mai. Non si può arrivare a questo. Si sta parlando della vita di una persona. E’ inammissibile. Io credo che non abbia agito d’impulso anche perché il litigio è avvenuto venerdì, lunedì mi ha detto soltanto una frase e mi ha colpito”.

Adesso lei è rientrato al lavoro, com’è cambiata la sua vita?
“Sono rientrato il 3 febbraio ma non sono più all’Hitachi, sono tornato a lavorare presso la ditta Campanella, di cui sono dipendente. La mia vita è cambiata in peggio: mi è rimasto il dolore e la paura. Non dormo e vado dallo psicologo. Lo choc è stato forte e per quello che ho subito qualcuno mi dovrà risarcire. Io spero che venga fatta giustizia, altrimenti tutti possono sentirsi legittimati a compiere gesti così gravi. Da quel giorno non ho più visto Mirisola ma non vivo tranquillo”.

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