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La storia

Lorenzo Berti, un pistoiese del Donbass

Il racconto del giovane attivista politico che ha consegnato beni di prima necessità nei luoghi martoriati dalla guerra in Ucraina

Lorenzo Berti, un pistoiese del Donbass
Attualità Pistoia, 04 Settembre 2022 ore 17:54

di Paola Fortunati


 

Lorenzo Berti, pistoiese, “attivista politico per passione” come si autodefinisce, ha raccontato al Giornale di Pistoia e della Valdinievole la sua recente visita in Ucraina. La geopolitica è materia complessa e difficile – l’atlantismo e l’impero zarista, lo scontro tra le potenze mondiali che passa sopra la testa di milioni di innocenti e dà luogo a tremende uccisioni, ultima quella di Daria Dugina figlia dell’ideologo eurasista Aleksander Dugin - e sfugge facilmente a una visione globale. Il punto di vista del nostro concittadino va a favore della popolazione russofona del Donbass che dal 2014 lotta per l’indipendenza (Donetsk e Lugansk) oppure per il ritorno alla Federazione Russa (Crimea). Da allora le ostilità in quella terra, se pur a bassa intensità, non si sono mai fermate.

Perché questa scelta? 

«Non era la prima volta che mi recavo in missione umanitaria nei territori del Donbass ma sicuramente è stata la più significativa. In quella terra da febbraio in poi la situazione è precipitata generando un emergenza umanitaria che in Europa non si vedeva da anni».

Quali sono i centri riguardati del suo intervento?

«La mia missione si è svolta nei centri urbani di Severdonetsk e Lisichansk, noti alle cronache internazionali per essere state le ultime due città del territorio di Lugansk a passare, al termine di intensi combattimenti, sotto il controllo delle forze filorusse che adesso amministrano l’intera regione (oblast). Siamo partiti da Lugansk con un camion sul quale erano stati stipati centinaia di pacchi alimentari contenenti generi di prima necessità (acqua, pane, carne in scatola, biscotti, fiammiferi etc). La strada percorsa portava chiaramente ancora ben visibili i segni dei violenti scontri avvenuti solo poche settimane prima, dai mezzi militari distrutti ai distributori di benzina bruciati fino ai ponti resi inagibili. Le vie di comunicazione principali sono spesso interrotte e quindi siamo costretti a deviare su percorsi alternativi quasi sempre non asfaltati».

Come siete stati accolti?

«Appena arrivati a Severdonetsk veniamo subito “assaliti” pacificamente da una folla di persone che attendeva il nostro arrivo. Nonostante i combattimenti qui siano stati feroci, come testimoniano le decine di palazzi e abitazioni danneggiati o completamente distrutti, sono migliaia i residenti che hanno scelto di restare e non abbandonare le proprie abitazioni. Cerco di parlare con alcune persone (un po' in russo un po' facendomi aiutare dall’interprete messo a mia disposizione) chiedendogli il loro stato d’animo. Quasi tutti mi rispondono che sono molto preoccupati per la difficile situazione in cui si trovano adesso ma anche speranzosi di un futuro migliore insieme alla Russia. Negli otto anni dal 2014 ad oggi infatti era stato instaurato dall’amministrazione di Kiev un regime di forte repressione di qualsiasi sentimento filorusso e anche il solo parlare pubblicamente in lingua russa (l’unica conosciuta per molti residenti, soprattutto anziani) poteva causare problemi con i battaglioni nazionalisti. Una volta capito che ero italiano, una anziana signora si avvicina e mi dice piangendo: “Allora non tutti in Europa ci odiate!”».

Qual è la condizione in cui vive la popolazione? 

«A Lisichansk i funzionari locali ci hanno spiegato che attualmente la città è praticamente priva di acqua ed elettricità che sperano di riuscire a ripristinare parzialmente prima dell’arrivo dell’inverno. Sarà quasi impossibile anche far partire in tempo l’anno scolastico. In alcuni dei territori passati dal controllo ucraino a quello russo i lavori di ricostruzione sono già in corso. A Lugansk sono arrivati mezzi da Mosca per rifare il manto stradale, a Mariupol prevedono di consegnare già a settembre i primi lotti abitativi costruiti ex-novo. Per altre città invece il destino è più incerto, come Popasna, 50 chilometri da Lisichansk, che è stata completamente rasa al suolo durante i combattimenti e di cui per il momento non è previsto il ripristino. La situazione nelle zone che ho visitato era abbastanza tranquilla, anche se solo pochi giorni prima la raffineria di petrolio a Lisichansk era stata bombardata dall’esercito ucraino utilizzando il sistema missilistico americano Himars. Un altro pericolo è quello delle mine. Le truppe ucraine in ritirata spesso hanno minato i territori per rallentare l’avanzata delle forze filorusse ed il lavoro per individuare ed eliminare queste trappole mortali adesso è lungo e difficile».

Che cosa vi ha spinto a questo intervento? 

«Non solo il gesto della consegna di aiuti, ma anche portare un messaggio umano di solidarietà e speranza che è importantissimo per chi non ha più niente e si sente abbandonato da tutti. Per questo spero di riuscire ad organizzare una nuova missione ad inizio del nuovo anno e invito a contattarmi tutti coloro che volessero contribuire alla sua realizzazione».

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