Attualità
Il ricordo

La storia di Federico Caffè

Il pensiero di un illustre uomo di sinistra

Attualità Pistoia, 31 Maggio 2022 ore 13:00

Gianpiero Ballotti ricorda la vita e l’impegno politico dell’esponente della sinistra

“Federico Caffè – Ad oltre trent’ anni dalla sua scomparsa, la sua lezione è ancora viva”

Amiamo credere che il lungo ed appassionato impegno personale di Federico Caffè nella sua lunga militanza professionale di insegnante universitario faccia ormai parte della storia culturale, scientifica e civile del nostro Paese. Era un uomo generoso, riservato e schivo, umile e fiero al tempo stesso, il quale volentieri si rendeva partecipe di problemi altrui, fossero gli studenti, gli allievi, i colleghi o chiunque altro gli avesse chiesto aiuto.
Uomo di sinistra (apparteneva al Partito d’ Azione), la sua era una sorta di scuola permanente, a vari livelli, che si avvaleva dei più svariati strumenti perché pensava che introdurre il largo pubblico alla problematica e agli strumenti di lavoro dell’economia fosse un vero e proprio “servizio sociale” (L’ economia per la gente comune).
Vicino al sindacato, coltiva lo studio dell’economia del benessere che gli offre una chiave di lettura al livello più astratto per discernere virtù e fallimenti del mercato, ovvero, in termini positivi per l’agenda pubblica, ciò che egli ama definire la logica della politica economica.
È un seguace di Keynes del quale condivide il quadro teorico e le linee di azione pubblica in materia di piena occupazione, ma ne assume anche la filosofia sociale sul ruolo dell’economista.
“È la scuola di Cambridge, la quale sviluppa un’idea di “capitalismo dal volto umano” con pronta denuncia del capitalismo monopolistico il quale da un lato non garantisce la migliore allocazione delle risorse e dall’ altro rafforza le camarille esistenti, soprattutto nel campo finanziario della banca e della borsa con una intermediazione bancaria disinvolta fino alla frode e la borsa che ci si presenta come il regno delle scorribande e degli imbrogli”.
Quest’ ultimo argomento verrà trattato diffusamente da Giacomo Becattini , con il titolo “Sull’ attualità del pensiero di Federico Caffè” che concludeva con un auspicio: “Una sinistra politica che non sia disposta ad appiattirsi su pane e burro –che sono certo importanti ma non bastano- dovrebbe capire che senza un progetto praticabile di società in qualche senso alternativa all’ attuale, che apra alla speranza delle giovani generazioni, essa è solo un’ armata Brancaleone destinata alla sconfitta. L’ accettazione supina delle cosiddette “leggi del mercato” è fonte, oggi, di ingiustizia distributiva e domani di sicura sconfitta politica per cui l’invito è quello di studiare criticamente il funzionamento del capitalismo attuale, al fine di individuare gli interventi pubblici che possano dargli quel “volto umano” che oggi troppo spesso non possiede.
Insegnando e coltivando questi principi di politica economica, Caffè si trovò al centro di un “laboratorio” formatosi spontaneamente nel tempo, una costellazione numerosa di allievi, studenti, colleghi i quali affollavano le sue lezioni e partecipavano a tutte le sue iniziative e che amarono e condivisero il lavoro di squadra, come Dossetti, La Pira, Ghisenti, Guido Carli, come lui convinti che non vi possa essere modernità senza spirito collettivo e spirito pubblico. E poi Bertrando Spavente, Eugenio Garen, Mario Tiberi, Ezio Tarantelli (ucciso dalle Brigate rosse). Non solo titolari di cattedra, ma anche economisti che occuparono posti di responsabilità nei maggiori enti economici del paese: è il caso di Mario Draghi, che fu uno dei suoi allievi prediletti e all’ epoca direttore generale del Tesoro.
E ancora gli furono vicini e devoti: Giorgio Ruffolo, Ermanno Rea, Azeglio Ciampi, Mario Deaglio e Marcello De Cecco.

La sinistra non può sostituire un concetto geografico (europei ano) a quello politico e di schieramento, abbandonando ogni ancoraggio di classe.
Non si può accettare una democrazia senza popolo come la stanno costruendo le forze direttive della società. Il popolo c’ è ancora, solo che ha preso altre strade, magari votando Lega. Alla sinistra non sarà possibile d’ improvviso sollevare il mondo con una leva, ma dovrà adottare un orientamento opposto, ritornando a “guardare verso il basso” che attualmente è stato sedotto dalla “destra popolare” abbandonando l’idea di stare a fianco di quella parte di società che se la passa bene e che costringe l’ altra parte a rassegnarsi “patriotticamente” alla perdita dei diritti capitali, così faticosamente conquistati. E come si deve procedere. Il modo di procedere è scritto nella Costituzione: agli articoli da 35 a 47, contenuti nel titolo “Rapporti economici!”. Il lavoro al primo posto per cui gli devono essere prestate le cure più attente, e poiché è emerso con chiarezza che “i soldi ci sono”, si può aprire una forte battaglia per destinarli non solo alle imprese, ma per costruire un welfare europeo, per la riduzione dell’ orario di lavoro, per adeguare la retribuzione al livello europeo, per eliminare la precarietà, per formare i lavoratori (corsi di studio e apprendistato) al fine di evitare gli infortuni sul lavoro, per vietare le delocalizzazioni, per stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia erga omnes per gli appartenenti alle categorie cui il contratto si riferisce.
Infine: dovrà essere posto oggettivamente il rilancio del settore pubblico, il quale oggi viene proposto in una funzione subalterna e funzionale al settore privato e che si dovrà invece porre come grande possibilità democratica e cooperativa per garantire diritti e beni comuni, superando la forma della merce e della concorrenza sfrenata.
La tragica e misteriosa scomparsa di Federico Caffè avvenuta a Roma mell’ aprile del 1987 ha –forse ingiustamente- offuscato presso il grande pubblico dei non addetti ai lavori, l’opera del professore della Sapienza, sicuramente una delle più alte espressioni del pensiero economico italiano, guida di generazioni di economisti.
Impressionanti sono le sue considerazioni sul rapporto tra finanza ed economia reale, anticipatrici di quanto molti studiosi e cittadini pensano oggi sull’ argomento. “Da tempo sono convinto”, scriveva Caffè, che la sovrastruttura finanziario-borsistica con le caratteristiche che presenta nei Paesi capitalisticamente avanzati favorisca non già il vigore competitivo ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio; che opera sistematicamente a danno di categorie sprovvedute di risparmiatori. In un quadro istituzionale che di fatto consente e legittima la ricorrente decurtazione o il pratico spossessamento dei loro peculi”. Tutto questo, secondo il prof. Caffè, superava il tema dell’economia del benessere, a lui cara, capace di guardare oltre una mera dinamica del profitto, perché pur riconoscendo il valore del mercato e la sua centralità, l’obiettivo di un’efficace politica economica resta sempre la felicità degli individui.
Ignazio Visco e Mario Draghi sono due degli ex ragazzi del sesto piano della facoltà di Economia e Commercio dell’Università “La Sapienza” di Roma. Non sono cresciuti in Bocconi come, per dire, Mario Monti, con tutto quel che ne consegue in termini di cultura “mercatista”, per usare una semplificazione cara a Giulio Tremonti. Sono invece studiosi allevati alla scuola di Federico Caffè, l’economista che seppe interpretare un atteggiamento quasi “nittiano” in politica economica con l’esigenza di ricollegare il pensiero economico italiano alle migliori scuole straniere, in particolare con la scuola Keinesiana e con ‘ economia del benessere. E che, non essendo né un estremista né un conservatore, restò sempre fedele ai valori della giustizia sociale.

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