Attualità
L'inchiesta

I danni della speculazione in Toscana, tutti i rincari imbroglio per imbroglio

È un attentato agli stipendi e ai risparmi favorito da una politica miope e una campagna elettorale deludente

I danni della speculazione in Toscana, tutti i rincari imbroglio per imbroglio
Attualità Pistoia, 26 Settembre 2022 ore 17:22

di Stefano Tamburini


È una guerra dove nessuno spara pallottole ma è un attacco devastante al cuore delle nostre finanze, al portafoglio e ai risparmi, per chi ne ha. 

Quello che abbiamo di fronte è un conflitto che fa esplodere speranze e fiducia, che rischia di minare alla radice l’albero della prosperità e della convivenza civile. È un combattimento impari, con i cittadini dall’altra parte del mirino di armi devastanti, con il pretesto di una guerra reale ma lontana fisicamente per scatenarne un’altra strisciante, invisibile ma non meno devastante. 

Lo sappiamo bene, quello di cui stiamo parlando non è un conflitto che vede sul campo truppe armate di fucili e cannoni, contraeree e bombardieri ma solo invisibili speculatori in giacca e cravatta che al riparo da ogni rischio stanno attaccando quel poco che in tanti hanno nei portafogli e il grande caveau del risparmio, faticosamente accantonato in anni e anni di lavoro da famiglie e imprese. Non faranno troppa fatica, grazie a bollette con importi triplicati e un’inflazione devastante che completerà il lavoro sporco. Uno tsunami che prima distrugge il benessere e con la risacca porta via il denaro rimasto. Se non viene fermata in tempo rischia di essere la tempesta perfetta.

Durante la campagna elettorale, purtroppo, ci si è soffermati ben poco o quasi per niente su tutto questo, quasi come se fosse un problema d’altri. Si sono chiusi gli occhi e si è continuato a ballare intorno a promesse impossibile di tassazioni ridotte, pensionamenti anticipati e riforestazioni spuntate dal niente. In qualche caso c’è stato chi ha addirittura favorito il prosperare degli speculatori diffondendo terrorismo psicologico sulla necessità di accumulare altro gas pagandolo più dell’oro. Che lo abbiano fatto per ignoranza o per calcolo non è dato saperlo, di sicuro non si sa quale fra le ipotesi sia la peggiore.

Il Giornale di Pistoia e della Valdinievole, nelle ultime settimane, ha raccontato, dati inconfutabili alla mano, delle speculazioni in atto sui prezzi al consumo di gas e carburanti e anche sull’acqua che arriva al rubinetto e su quella che compriamo al supermercato. I calcoli sulle bollette che stanno arrivando in questi giorni alle famiglie e, soprattutto, a titolari di negozi, esercizi pubblici, piccole attività artigiane e aziende più strutturate, rappresentano un attacco ai già complicati bilanci familiari e alla libertà di impresa. E non sono niente rispetto alle bollette che ci saranno presentate dopo l’accensione degli impianti di riscaldamento.

Già oggi ogni famiglia paga 1.231 euro in più rispetto al 2020 solo per luce e gas (731 per il gas, 542 per la luce), in due anni il rincaro è del 92,7%.

I dati pubblicati da Assoutenti sono devastanti. Solo a ottobre l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente renderà noti i nuovi dati per l’ultimo periodo dell’anno e non c’è da aspettarsi di meglio, anzi. Furio Truzzi, presidente di Assoutenti, qualche conto l’ha già fatto: «Considerando l’attuale andamento in forte rialzo dei prezzi di luce e gas, in assenza di un blocco nazionale o europeo delle tariffe e di interventi efficaci di contrasto, nel 2023 il conto per le forniture energetiche potrebbe raggiungere i 5.266 euro a famiglia: 3.052 euro per la bolletta del gas, 2.214 euro per quella della luce, con una crescita della spesa energetica del 297% rispetto al 2020».

Speculatori in campo anche su legna e pellet

Insomma, si sfiorano i 450 euro al mese. Improponibile, così come le possibili alternative. Vista la maggiore richiesta, sia la legna sia il pellet (comunque legno ricavato da scarti di lavorazione) hanno già visto impennare i prezzi. Per chi ha già una stufa adatta è già un problema, per chi non ce l’ha anche i costi per acquistare questi impianti sono più che raddoppiati. Lo stesso modello che due anni fa si pagava poco più di 600 euro, adesso non si trova a meno di 1.400. Poi sulla materia prima c’è un primo effetto sui costi di produzione. Le fabbriche di questo materiale sono energivore e anche per i trasporti incide il costo del carburante. In più la produzione interna è in grado al momento di soddisfare solo il 15 per cento della richiesta. Il grosso dell’importazione viene anche da Russia, Ucraina e Bielorussia, con tutte le difficoltà dovute al conflitto in quell’area. C’è da considerare poi che, con l’aumento delle richieste, le scorte si stanno già esaurendo e il prezzo del pellet è quasi triplicato. E ci sono già i primi imbrogli. Le cronache del 6 settembre raccontano del primo caso riscontrato alla Spezia, dove i finanzieri del Comando provinciale e i funzionari del Reparto antifrode dell’Ufficio delle dogane hanno consegnato alla Caritas 54mila chili di pellet sequestrati al porto. I sacchi riportavano marchi contraffatti e false indicazioni della classe di efficienza. 

Roba buona da ardere ma a prezzo gonfiato.

E non va meglio per la legna, per la quale è già scattato l’allarme scorte, almeno in Toscana. Chi punta su questa alimentazione per le proprie stufe rischia di restare al freddo, a meno che non ricorra al mercato abusivo con costi certamente ancora più alti di quanto non lo siano al mercato regolare e con il rischio di disboscamenti selvaggi e conseguenti ripercussioni anche per la tenuta di alcune barriere naturali per contenere gli effetti di acquazzoni e potenziali alluvioni. Dai titolari delle aziende del Mugello impegnate nel settore arriva un allarme reale: «La produzione è sempre più problematica e in molti hanno smesso di tagliare». Preoccupa inoltre la situazione dell’Est Europa da cui proviene gran parte del combustibile: le esportazioni sono bloccate. E anche per la produzione interna, dalle zone più ricche di materia prima, arrivano altri segnali poco incoraggianti. Se a Trento nel 2021 un bancale di legna da ardere (circa 7-8 quintali di faggio o rovere) costava tra i 150 e i 170 euro, adesso non si trova a meno di 300.

Solo provvedimenti tampone

È dunque più che reale il rischio di andare a dormire da cittadini e di svegliarsi da sudditi di un potere economico che ormai sta raggiungendo vette da usura. Una gigantesca operazione criminale e infame, arginata con timidi provvedimenti tampone, che attacca risorse fondamentali per la civiltà. I costi devastanti che dovremo sostenere tutti quanti per acqua, luce e gas, e anche per combustibili alternativi, come questo giornale ha illustrato nelle precedenti puntate dell’inchiesta, si sarebbero potuti arginare con una diversa gestione del paniere energetico. Nell’ultima fase

soprattutto con lo sganciamento dalla Borsa europea del gas di Amsterdam: Portogallo e Spagna lo hanno fatto con effetti benefici per le tasche di cittadini e imprese. Durante gli ultimi anni, invece, il peggio è stato rappresentato dagli ostacoli frapposti alla crescita di fonti rinnovabili che avrebbero potuto metterci già ampiamente al riparo sia dal potenziale taglio di forniture di gas dalla Russia, sia dalla dipendenza che stiamo mettendo in piedi con altri Paesi non meno canaglia di quello di Putin. Paesi che venderanno il gas a prezzi altissimi e al miglior offerente. Inoltre, la risorsa è in esaurimento e gli Stati Uniti hanno già detto di non poter aumentare le forniture di gas liquido, rendendo inutili anche gli impianti aggiuntivi per trasformarlo. A partire da quello di Piombino, intorno al quale si è diffuso del terrorismo psicologico, ipotizzando colpe per un eventuale inverno al freddo nei confronti di quei cittadini che giustamente si oppongono a un progetto che rischia di mettere in pericolo sicurezza e sviluppo economico di tutta l’area.

Un favore agli azionisti privati di Snam

Quegli impianti, già esistenti o nuovi che siano, servono solo a ingrassare i conti di Snam, dei suoi azionisti privati e delle altre aziende coinvolte. E, di contro, non si è proceduto neanche a portare pienamente a compimento la tassazione del reddito extra proveniente da questa speculazione. Il governo Draghi aveva introdotto una tassa del 25% sui profitti extra derivati da gas e petrolio ma è stato un fallimento, per via dell’opposizione delle stesse aziende che sostengono che gran parte degli extraprofitti sono proventi di attività all’estero dove in molti casi è già stata pagata un’imposta. Di fatto è un cavillo al quale aggrapparsi per non pagare. Ma gli ultimi governi, senza eccezione alcuna, hanno fatto di peggio anche sul fronte interno, chiedendo canoni di concessione molto bassi alle aziende che estraggono gas e petrolio dal nostro sottosuolo e dai fondali marini. Dal 1992, anno della conclusione del regime di monopolio Eni, e fino al 2012 queste aliquote oscillavano fra il 4 e il 7 per cento, poi sono state alzate in qualche caso fino al 12. Per un gettito stimato, fra il 1991 e il 2021, di poco più di cinque miliardi, circa 200 milioni ogni anno. Una miseria. Il Fatto Quotidiano, lunedì scorso, ha pubblicato uno studio basato sui conteggi legati alle aliquote applicate in Germania, dove la soglia minima è del 21 per cento. Non sarebbe certo un salasso per le grandi aziende energetiche, che avrebbero conservato un margine di profitto netto superiore al 25 per cento del fatturato. Se fosse stato fatto fin dall’inizio del regime “commerciale” delle estrazioni, si sarebbero accumulati quasi 13 miliardi di euro da utilizzare nello sviluppo delle fonti rinnovabili senza un centesimo di aggravio da parte della pubblica contribuzione. Scrivono i colleghidel Fatto: «Agli attuali prezzi medi di installazione di capacità fotovoltaica (857 dollari per Kilowatt/ora), un tale fondo potrebbe oggi finanziare 15 gigawatt di extra capacità rinnovabile, il 12,4% della potenza lorda attualmente installata a fine 2021». Considerando che un gigawatt corrisponde a un risparmio di 350 milioni di metri cubi di gas, sarebbero quasi cinque miliardi e mezzo, ben più del potenziale massimo del rigassificatore che Snam vuole installare nel porto di Piombino.  E il conteggio non tiene conto di tutte le domande ancora inevase o ostacolate per l’installazione di pannelli solari e pale eoliche, che ci avrebbero permesso di essere molto più avanti nel percorso di totale indipendenza dal gas.

Urgente un freno ai costi in bolletta

A questo punto non resta che sperare in un intervento di “freno” sui prezzi dell’energia. Furio Truzzi, presidente di Assoutenti, indica l’unica strada percorribile: «Il governo deve assolutamente evitare il massacro che sta per abbattersi sulle tasche di consumatori e imprese, e deve reperire le risorse necessarie a contrastare il caro-bollette attraverso i 40 miliardi di euro di extra-profitti generati dalle società energetiche». Tutto questo mentre siamo già alle prese con pesantissimi rincari anche al supermercato e per i servizi di base. A Firenze e nell’Area metropolitana ancor di più che altrove. Stando a uno studio delmCodacons per la spesa alimentare, quella fiorentina è la sesta nella classifica nazionale dei rincari in un gruppo di 17 grandi aree del Paese. 

In un carrello medio, preso come base per i rilevamenti utilizzando i dati forniti dal ministero per lo Sviluppo economico, si mettono carne, pane, frutta e verdura e pesce. E qui si sfiorano i 105 euro. Le città più costose sono Milano e Aosta, con 116 e poco meno di 110 euro. Seguono Genova, Trieste, Bologna e Firenze. Per quanto riguarda i servizi (il paniere comprende lavanderie, professionisti, carrozzerie, bar, parrucchieri) Firenze è nona, con una spesa di 342,93 euro, dopo Aosta (458,43 euro) Trento (435,89 euro) Milano (435,20 euro) Trieste (421,87 euro) Bologna (415,93 euro) Venezia (404,73 euro) Torino (378,48 euro) e Perugia (350,29 euro).

Gli ultimi dati del paniere Istat, ad agosto, hanno registrato già un aumento dell’inflazione su base annua dell’8,4 per cento. Per trovare una situazione simile bisogna tornare al 1986. Nel campo alimentare il dato è più alto, si va da +9,5% a +10,5% a seconda delle aree. Le previsioni per l’inverno sono ancora più devastanti. Per adesso, secondo i rilevamenti del ministero, il prezzo che è cresciuto di più è quello dell’olio di semi di girasole, che in sette mesi è più che raddoppiato (+106%) passando da un costo medio nella provincia di Firenze di 1,55 euro a 3,2 euro. Segue la pasta di semola di grano duro (+31%): a gennaio erano sufficienti 1,38 euro per acquistarne un chilo, oggi servono 1,82 euro. Al terzo posto il riso (+29%, da 1,65 a 2,06 euro), poi il burro (+27%, da 8,01 a 10,17 euro) seguito dal pane fresco con +17%. Quindi lo yogurt (+15%), i bastoncini di pesce surgelato e il caffè tostato (+13%), il latte intero (+8%), i biscotti (+9%) e il prosciutto cotto (+8%).

Con questo quadro complessivo, è altissimo il rischio di consegnare gran parte delle imprese all’industria clandestina dell’usura. E tante famiglie a rischio povertà a una macchina della solidarietà che è essa stessa in gravi difficoltà. Per quanto riguarda le imprese, l’imprenditore calabrese Filippo Callipo, alla guida del Gruppo omonimo che produce tonno in scatola, è piuttosto esplicito: «La criminalità organizzata è la nuova Cassa per il mezzogiorno, la mia azienda può ancora permettersi per un po’ di produrre in perdita ma molti colleghi sono con l’acqua alla gola. E qui la ‘ndrangheta farà una mattanza». Un rischio che può estendersi anche altre latitudini, considerando la capacità di infiltrarsi delle grandi organizzazioni criminali. A questo proposito dovrebbe far riflettere l’inchiesta aperta oltre un anno fa e fin troppo tenuta sotto traccia sul colossale scandalo dello smaltimento dei fanghi di conceria in Toscana, con intrecci fra la ‘ndrangheta e il mondo della politica.

Il rischio usura

E di usura parla anche la Caritas in una delle sue ultime analisi sui fenomeni legati alla povertà, basata su rilevamenti effettuati dal 3 al 23 giugno. L’allarme più evidente è per l’impennata di disoccupazione e ricorso all’usura. Preoccupano anche i dati legati alla corsa al gioco d’azzardo e alle scommesse, come falso e illusorio rimedio a una carenza di liquidità. I dati raccolti si riferiscono a 169 Caritas diocesane, pari al 77,5% del totale. Le stesse associazioni che si occupano di assistenza alle persone in difficoltà, lanciano a loro volta l’allarme per i costi eccessivi. Sui quotidiani locali dello scorso 24 agosto, Ilaria Signori, governatrice della Misericordia di Agliana, era stata esaustiva: «Mancano volontari e i costi di gestione crescono». A Sesto Fiorentino il 9 settembre è stato aperto uno sportello contro le “nuove povertà”, promosso dalla Società della Salute Fiorentina Nord Ovest e dalla Fondazione Solidarietà Caritas Onlus di Firenze. «Assistiamo a un aumento preoccupante delle situazioni di fragilità, economiche e sociali, anche gravi», racconta Vincenzo Lucchetti, presidente della Fondazione Caritas Onlus.

 La Coldiretti Toscana lancia un allarme più ad ampio raggio. Secondo uno studio dell’associazione, ben 55mila famiglie toscane sono a rischio alimentare. Una famiglia su cinque è già costretta a ridurre gli acquisti. «Di questo passo – dice Fabrizio Filippi, presidente Coldiretti Toscana – molte persone non avranno più la capacità minima per accedere ai principali prodotti alimentari e saranno costrette ad acquistare cibo di scarsa qualità e a far ricorso alle mense dei poveri e ai pacchi alimentari».

Già a febbraio l’aumento delle persone in fila alla Caritas era stato del 47 per cento. Non è una guerra ma è come se fosse. Anzi, per certi aspetti, è anche peggio. Perché là fuori sembra tutto normale.

Sembra, appunto.

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