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Bollette horror la guerra non c'entra, lo stato è complice degli speculatori

L'emergenza gas è solo un trucco per saccheggiare aziende e cittadini che ricostruiamo punto per punto

Bollette horror la guerra non c'entra, lo stato è complice degli speculatori
Attualità Pistoia, 12 Settembre 2022 ore 04:52

di Stefano Tamburini


È peggio di un assedio. Da una parte c’è la speculazione che rende insostenibili i prezzi dell’energia: adesso quella elettrica, il prossimo inverno anche quella del gas per alimentare le caldaie. E dall’altra sta lavorando a pieno ritmo una vera e propria “industria delle mancate verità”, alimentata da spacciatori di menzogne che mettono in piedi un clima da terrorismo psicologico che sposta il vero obiettivo della protesta o delle apprensioni. Volendo scavare a fondo, ci si potrebbe accorgere molto facilmente che di fatto è una propaganda dalle gambe corte. Ma il vero problema è che è protetta da un clima di accondiscendenza, alimentato purtroppo anche da una narrazione tossica e da una campagna elettorale dove si intrecciano la propaganda dell’immediato e del banale, le convenienze da rendita di posizione e anche qualche finanziamento ai partiti legittimo sul piano legale ma maleodorante su quello dell’etica.

E così si rivela un colossale imbroglio anche l’emergenza energetica che domina i dibattiti più infuocati e turba, giustamente, i bilanci di aziende, imprese, pubblici esercizi e famiglie. Colpa della guerra? Ma neanche per sogno, la colpa è di una speculazione che il governo italiano si limita a subire e a contrastare in una fase ormai troppo avanzata per varare contromisure efficaci.  Atti che peraltro sono quasi sempre di carattere “passivo”, cioè si limitano a ridurre nell’immediato le conseguenze per i cittadini ma che escono da una finestra e sono destinate presto a rientrare da un’altra. Prendete la riduzione delle accise (tasse) sui carburanti di 30,5 centesimi decisa dal governo e, di proroga in proroga, estesa fino al prossimo 20 settembre. Quei 30,5 centesimi di “sconto” non saranno certo a carico delle compagnie petrolifere, sono un taglio alla pubblica contribuzione che andrà compensato con tagli ai servizi offerti ai cittadini o con altre imposte.

Il rischio inflazione super
Anche per il prezzo dell’energia elettrica, il rischio che si corre è proprio questo. Per i bar e i ristoranti l’aumento medio della bolletta dell’energia elettrica è stimato intorno al 120%, per gli alberghi sale a quota 140, per i piccoli negozi si scende intorno all’80%, poco di più di ciò che accade per le famiglie (intorno al 60). La guerra fra Russia e Ucraina è un pretesto. L’Eni sta rivendendo il gas russo a un prezzo dieci volte più caro rispetto a quello di acquisto. E il conflitto, per ora, non ha fatto mancare il gas. Fra i primi a lanciare l’allarme preventivo, lo scorso 14 marzo, era stato l’economista Carlo Cottarelli, ex direttore del dipartimento Affari Fiscali del Fondo Monetario Internazionale, ex commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica per i governi guidati da Enrico Letta e Matteo Renzi, attualmente candidato alle Politiche per la coalizione Pd-Più Europa, certamente non etichettabile come complottista: «Il rincaro è dovuto alle speculazioni sul prezzo del gas indicizzato a quello che ci commercializza finanziariamente alla Borsa di Amsterdam».
Insomma, era già chiaro a marzo, anzi anche prima, che le bollette stavano rincarando più dei costi reali di approvvigionamento. «Prima di calmierare le tariffe – aveva detto Cottarelli – bisogna rivedere i meccanismi di calcolo».

La confessione dell’ex dirigente Eni
A conferma di questo stato di cose, alla trasmissione tv “Non è l’Arena” su La7, è intervenuto l’ex dirigente Eni Salvatore Carollo, l’uomo che per decenni si è occupato proprio di questi aspetti. Alla domanda “Cosa c’entra la guerra con il prezzo del gas?” la sua risposta è stata netta: «Fondamentalmente non dovrebbe entrarci nulla perché non c’è stato un solo metro cubo di gas che è mancato a causa della guerra». Poi ha fatto lo stesso riferimento di Cottarelli: «L’unico luogo dove il prezzo è cambiato è stata la Borsa di Amsterdam che però abbiamo deciso noi di usare come riferimento per la vendita di gas al consumatore italiano». A oggi si tratta di un aumento di 15 volte, una bieca speculazione. Chi dovrebbe chiedere chiarezza? Carollo non ha dubbi: «Dovrebbe essere lo Stato italiano a chiedere trasparenza su questi numeri. E il ministro per la Transizione ecologica ha detto che non è riuscito ad averli. Lo Stato dovrebbe dire “sono io a decidere che il prezzo è quello lì, quindi lo cambio”. Lo Stato dovrebbe chiedere trasparenza alle aziende che importano gas. Altrimenti potrebbe togliergli la concessione». Sempre Carollo ha in qualche modo smascherato il disegno perverso che si cela dietro le dichiarazioni (false) dell’indispensabilità dei rigassificatori per evitare di andare in emergenza: «Il gas liquefatto statunitense è di proprietà delle compagnie private petrolifere americane. Costa più caro e in più dobbiamo competere con gli altri Paesi offrendo un prezzo più alto per aggiudicarcelo».

Il paradosso nascosto
L’ex dirigente Eni ha confermato la possibilità di utilizzare risorse a basso costo presenti e già estraibili dal nostro sottosuolo o in mare. «Abbiamo riserve di gas nazionale che non utilizziamo perché abbiamo dato priorità alle importazioni. I contratti “take or pay” (se non prendi paghi lo stesso) stabiliti con la Russia servivano a garantire al produttore il recupero degli investimenti necessari alla costruzione del gasdotto. Se si volesse interrompere prima della scadenza la fornitura devi pagare lo stesso. Alla fine il risultato sarebbe che noi prendiamo gas alternativo pagandolo molto di più e dovremmo pagare anche l’altro. Un disastro per l’economia del Paese». Di fatto siamo di fronte a un furto legalizzato ai danni del cittadino: non ci arriva meno gas dalla Russia, anzi ne compriamo di più e a costi bassissimi ma lo vendiamo comunque tutto quanto al prezzo del gas liquefatto che viene trattato alla Borsa olandese e che è passato in poco tempo da 20 euro a megawattora agli attuali 340. Oggi il Gnl è meno del cinque per cento di quello che viene messo in commercio. Insomma, mangiamo pasta e fagioli e ce la fanno pagare come caviale. Dunque la guerra di Putin è semplicemente un pretesto per questi aumenti che stanno mettendo in ginocchio aziende e famiglie e stanno facendo lievitare l’inflazione. E, grazie anche a esportazioni record (+476%), lievita anche l’utile di Eni, che nel primo semestre del 2022 è salito a 7,39 miliardi, con il governo che si rende complice cancellando la tassa sugli extra profitti delle compagnie energetiche.  La Francia di Macron ha limitato gli aumenti dei costi per gli utenti al 4% a inizio 2022, anche Portogallo e Spagna hanno messo dei limiti. In Italia no, comandano le aziende dell’energia, partecipate al 30% dallo Stato, che fanno extraprofitti da distribuire ai propri investitori internazionali.

Il dito puntato sui cittadini che dicono “no” ai rigassificatori
La narrazione più diffusa è però un’altra ed è tossica, falsa, fuorviante. Tende a spostare il livello di attenzione su altri “colpevoli”, ad esempio i cittadini di Piombino, della Val di Cornia, del golfo di Follonica e dell’isola d’Elba che stanno protestando contro il progetto di un rigassificatore da collocare in porto che sarebbe più che pericoloso e devastante per l’economia della zona. In più sarebbe anche inutile ma questo non viene mai raccontato. Anzi, gran parte delle forze politiche nazionali si stanno spendendo a favore di questo progetto. Il più attivo è Carlo Calenda, del Terzo Polo, che preconizza anche la militarizzazione di Piombino per far procedere speditamente le operazioni di Snam. Lo fa peraltro in pieno conflitto di interessi, avendo ricevuto finanziamenti da Romano Minozzi (Iris Ceramiche) che di Snam è azionista di minoranza con una quota del 7%. Poi ci sono le bugie diffuse da Matteo Renzi, alleato di Calenda, e da altri esponenti dello stesso schieramento, anche con frasi folcloristiche ma soprattutto false: «Se quest’inverno batteremo i denti sarà colpa dei piombinesi che non vogliono il rigassificatore». E c’è Lucia Ronzulli di Forza Italia che sostiene che quegli impianti servono per estrarre il gas italiano. E poi il Pd e la Lega, attivissimi sul fronte del “sì”. Peccato che quel rigassificatore, nella migliore (ma sarebbe meglio dire peggiore) delle ipotesi potrà entrare in funzione ad aprile, del 2023, quindi quando l’inverno sarà già un ricordo. Inoltre, tutta questa emergenza è fabbricata ad arte, da questi spacciatori di menzogne che a suon di essere ripetute risuonano come verità alle orecchie degli italiani. Ad esempio, non si racconta che sarebbe possibile fin da subito incrementare il flusso di gas dall’Algeria da 20 a 30 miliardi di metri cubi attraverso una condotta già esistente. Ci sarebbe anche qui un problema di costi, perché agli algerini non siamo solo noi a chiedere più gas. In ogni caso l’Italia potrebbe dimezzare la dipendenza del gas russo in 12 mesi e uscirne completamente nel 2025 attraverso un mix di rinnovabili, risparmio energetico, efficienza energetica e sfruttamento delle infrastrutture esistenti, senza aggiungere infrastrutture.

Le bugie, una dopo l’altra...
A proposito di possibili risparmi degli utilizzatori, va detto che se continuerà questa tendenza all’aumento dei costi, questi arriveranno senza alcuna imposizione. E, prima ancora di esaminare la soluzione a bassissimo costo dei pozzi già attivi nell’Adriatico, che potrebbero essere solo l’estrema ratio in caso di emergenza, sul fronte dei rigassificatori c’è un altro aspetto che non viene mai raccontato fino in fondo. Anzi, viene nascosto. Ammettendo anche di riuscire a mettere in funzione i rigassificatori di Piombino e Ravenna, a pieno regime potrebbero mettere in rete meno di dieci miliardi di metri cubi. Nel caso di quello di Piombino, poi, non si potrebbe pensare di andare oltre i tre, quattro al massimo, perché se è vero che la potenzialità della nave acquistata da Snam è di sei, vanno tagliati tutti i periodi di avverse condizioni meteomarine, che non saranno pochi. Rigassificatore e gasiera devono operare in allineamento orizzontale quasi perfetto, con un’oscillazione massima di dieci centimetri, possibile solo con mare calmo o quasi. E poi ci sarà anche un problema di reale capacità di rifornire le gasiere. È vero che già dal 2021, in tempi molto sospetti dunque, la banca d’affari Goldman Sachs aveva previsto un incremento di tre volte delle esportazioni di Gnl dagli Usa all’Europa per il 2022, ma è altrettanto vero che le richieste non vengono solo dal Vecchio Continente e non ce n’è per tutti. E dunque finirà per costare cifre inaffrontabili per il mercato, perché già dal prossimo inverno assisteremo a delle vere e proprie aste al rialzo. E potrebbe anche accadere di far restare inoperoso il rigassificatore ormeggiato in porto per mancanza di rifornimenti. Potrebbero arrivare anche da altri Paesi, ma non è così semplice.

L’Italia ha negoziato o sta negoziando accordi in diversi Paesi africani: Repubblica del Congo, Angola, Mozambico, Egitto. Ciascuno di essi potrebbe arrivare a fornire fino a circa 5 miliardi di metri cubi l’anno, ma non tutti questi Paesi hanno terminali di gassificazione pronti o pienamente operativi alla capacità necessaria. Va anche considerato l’atteggiamento di Snam, che non ha voluto prendere in considerazione il noleggio di una nave offerta a costi ridotti. Perché dallo Stato riceve un contributo di 30 milioni l’anno per ogni rigassificatore e quindi in dieci anni quel costo sarà ammortizzato. Noleggiare sarebbe stato conveniente per le casse dello Stato e non per Snam, che ormai si muove da padrona assoluta del campo. E non solo perché le dichiarazioni del commissario incaricato di portare a termine l’operazione, il Presidente della Regione Eugenio Giani, vengono sempre smentite fragorosamente dal Governo, sia sulla Valutazione di impatto ambientale sia sulla regolarità dell’iter. Ormai Snam si muove come se l’operazione fosse già approvata, al punto da farsi firmare solo pochi giorni fa dal prefetto di Livorno, Paolo D’Attilio, un’autorizzazione ad accedere ai terreni identificati per il passaggio delle tubazioni dal porto alla rete del gas per effettuare rilievi topografici, sondaggi archeologici, geologici, geoelettrici e quant’altro sia necessario per la realizzazione del progetto, che fino al 29 ottobre non potrà comunque avere il via. E in teoria, molto in teoria, potrebbe anche non averlo. Di fatto è una chiara indicazione che quella gestita da Giani è una farsa. Giani è l’arbitro che gioca con la maglia degli avversari.

E le fonti alternative sono boicottate dal Governo...
Tutto questo con la complicità del ministero della Transizione ecologica, che ostacola in modo spudorato ogni sviluppo delle fonti energetiche alternative. Insomma, va contro il principale obiettivo dello stesso dicastero, che andrebbe ribattezzato “ministero della Servitù delle Grandi compagnie energetiche”. Da due anni è infatti in vigore una legge che permette la realizzazione di strutture per condividere pannelli solari in piccole e medie “comunità energetiche”. Sarebbe stato proprio in questo campo che si sarebbero dovute semmai favorire procedure accelerate, perché l’energia prodotta innanzitutto è a costo zero, permetterebbe di abbattere le bollette di tutti gli abitanti di quelle comunità e di redistribuire quella residua nella rete nazionale. Al ministero promettono di colmare le lacune nelle procedure «entro dicembre», quando ormai sarà già stata frenata a sufficienza la “concorrenza” con chi ci affama con bollette mostruose.
Nel frattempo vanno avanti con lacci e lacciuoli: ad esempio, non più di 200 megawatt di produzione (quando il limite sarebbe di mille ma comunque incrementabile) e obbligo di essere tutti quanti nella stessa cabina di produzione. Insomma la burocrazia al servizio del rallentamento delle procedure, sia per queste comunità sia per tutti i progetti di sviluppo delle fonti rinnovabili, anche per ostacolare quella geotermia che in Toscana potrebbe fornire un contributo non certo di facciata. Nulla di risolutivo, certo, ma è un altro tassello di una strategia precisa, con lo Stato italiano che serve gli interessi particolari degli speculatori e non quelli dei cittadini e delle imprese.

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