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Andrea Fanucchi: "L' Alival è stata il mio quarto figlio"

Abbiamo intervistato l'uomo che ha trasformato la piccola azienda di Ponte Buggianese in una realtà internazionale

Andrea Fanucchi: "L' Alival è stata il mio quarto figlio"
Attualità Valdinievole, 04 Settembre 2022 ore 14:26

di Vito Genna


“C’era una volta una bella favola”, potremmo iniziare così a scrivere dell’Alival, l’azienda che, partendo da Albinatico (frazione di Ponte Buggianese), è diventata un marchio apprezzato in tutto il mondo, e dei suoi fondatori la famiglia Fanucchi. Diversamente dalle belle storie, questa non avrà un lieto fine. Il suo epilogo sarà un incubo per chi oggi lavora nello stabilimento, per l’indotto e anche per il Comune che rischia di trovarsi nel territorio un sito industriale dismesso.

Certo, se si guarda alle origini e ai sogni della famiglia Fanucchi, questo epilogo mette tristezza. Per approfondire la storia e capire se veramente questo epilogo era ineluttabile, abbiamo incontrato Andrea Fanucchi l’imprenditore che ha reso grande l’azienda.

Parlando con lui, che si è dimostrato prima di tutto un gran signore, oltre che un industriale molto capace, vengono a galla aneddoti e personaggi che hanno costellato gli ultimi vent’anni di Ponte Buggianese. Figure che hanno contribuito a scrivere la storia del paese. Ma viene a galla anche la grande passione di Fanucchi per il suo lavoro e l’azienda, amata quasi come se fosse il suo “quarto figlio” e gestita in un modo che le multinazionali di oggi, come Lactalis, non possono capire. Un’azienda gestita col cuore, dove i rapporti umani e far sentire importanti le persone, dal direttore all’operaio che spazza il piazzale, magari dicendogli un semplice “grazie”, sono stati il credo di Andrea Fanucchi. E non è un caso se sotto la sua guida la crescita non si è mai arrestata.

La chiusura dell’Alival, è un po’ la fine di una bella storia paesana, potremmo azzardare che è come se chiudesse l’intero Ponte Buggianese. Per capire il concetto abbiamo ripercorso questa storia con Andrea Fanucchi.

Quando è nata l’Alival e chi l’ha fondata?
«Noi, intendo la famiglia, siamo nel settore del latte da oltre cento anni, non un giorno.
L’origine risale al 1906 ed alla madre di mia nonna, che faceva il pecorino dietro al collegio Cavanis a Porcari, dove avevamo un caseificio. La madre di mia nonna si chiamava Bonanni e lavorava il latte di pecora. A quel tempo la Toscana era famosa proprio per quel tipo di latte. Dopo di lei sono subentrate le nuove generazioni. Sono ricordi che ho ancora vividi alla mente perché mio padre Mauro mi raccontava spesso questa storia e mio nonno Luigi parlava spesso delle varie cooperative del latte, che c’erano sul territorio di Porcari. Così da lì a Ponte Buggianese fu creata una centrale di raccolta e trasformazione del latte. Era un’attività in espansione e subito dopo la guerra la piazza più importante (si parla dei primi anni Cinquanta) era Firenze, dove andavamo a distribuire un po’ di latte e panna. Ecco come è partita l’avventura moderna dell’Alival e perché l’azienda per la famiglia Fanucchi è stata un cuore pulsante, ed è un peccato che sia finita in mano agli stranieri».

L’arrivo di Lactalis è stato deleterio?
«Possiamo dire questo: se i nuovi padroni avessero conservato i posti di lavoro ed incrementato la produzione, io avrei raggiunto una certa tranquillità. Perché ci tengo al futuro dei miei ex dipendenti, i quali avrebbero avuto una certezza per gli anni a venire. Invece adesso il mio telefono squilla spesso e molti mi chiedono, con sgomento, che fine faranno. Purtroppo io non so niente e non posso dire loro cosa gli riserverà il futuro. Parlare di realtà come Lactalis, che farà più di diciotto miliardi di euro di fatturato all’anno è difficile. Non si possono prevedere i loro piani industriali. Il modo di pensare rispetto a come guidavamo noi l’azienda è cambiato».

Che intende?
«Non ci sono più amicizie, il rapporto umano, che una volta era alla base di tutto, sta venendo meno.
Quando io ho iniziato, gli operai erano la vera ricchezza di un’azienda. Chi spazzava il piazzale lo ringraziavo, perché chi visitava lo stabilimento trovava tutto in ordine. E chi svolgeva questo compito andava lodato. Ecco la mia parola d’ordine, il mio mantra è stato sempre quello di ringraziare i dipendenti che hanno aiutato la prosperità dell’azienda. All’epoca non c’era nemmeno bisogno dei sindacati, perché tutto si risolveva parlando internamente, anche se in realtà problemi veri, impostando il lavoro con questa filosofia, non ce ne erano. Oggi tutto ciò è finito».

Questi argomenti la toccano nel profondo?
«Certamente, non so come riuscirete a trasmettere quello che provo con la penna, ma vi garantisco che parlare dell’Alival è un’emozione forte, che mi fa bene allo spirito. Sono conscio di aver creato qualcosa di importante e di aver dato un futuro a tante famiglie. Purtroppo, al giorno d’oggi, il “mercato” fatto dalla grande distribuzione ha cancellato i contatti umani. Io, invece, nel mio intimo, sono “antico” e faccio prevalere il lato umano perché se con chi collaboriamo abbiamo un bel rapporto riusciamo a fare meglio. Ho sempre detto che l’azienda non è una proprietà privata, ma un bene pubblico. Questo concetto stupiva un po’ i miei stessi collaboratori più stretti. Tuttavia, quando ogni persona capiva che doveva portare acqua alla fonte comune io ero ricompensato, ma anche i dipendenti lo erano, con rispetto e con incentivi economici. Questo è stato lo spirito con cui è nata e cresciuta Alival».

Che origine ha il nome?
«L’azienda di mio padre Mauro si chiamava Alimentaria Valdinievole, io l’acquistai nel 1981 e la trasformai in una Spa, ma volevo un nome più breve e d’impatto ecco che nacque Alival, che prendeva un po’ spunto dalla Valdinievole e fotografava la trasformazione in un’industria».

Avevate un vostro cavallo di battaglia?
«C’era un prodotto bellissimo che, forse, costava qualche centesimo di più, ma che aveva una qualità superiore, il condipizza. Ciò alle multinazionali non va bene. Tra l’altro, sul discorso del costo leggermente maggiore, andrebbe fatta un’analisi, perché nello stabilimento di Albinatico c’è un macchinario meraviglioso, che probabilmente rende ancora conveniente la produzione. Ma le multinazionali ragionano diversamente. Io un fatturato di 18 miliardi di euro non riesco nemmeno ad immaginarmelo, quindi non posso dire cosa pensa chi lo gestisce. Anche se devo confessare che come sta andando a finire questa vicenda mi fa arrabbiare. In azienda c’è ancora il mio cuore. Le donne impiegate in ufficio sono veramente brave, come gli operai. Io avevo lascito una bella realtà, a dicembre 2013 quando ho venduto, e pensavo che avrebbe avuto un futuro, invece non è stato così».

Forse Lactalis ha solo voluto comprare i marchi?
«A pensar male, diceva Andreotti, si fa peccato però di solito ci si indovina. Ma io su questo non ho risposte, posso solo parlare delle mie sensazioni».

Ponte Buggianese è cresciuta grazie ad Alival?
«Il paese si è sviluppato grazie a due persone. La prima senza dubbio è stata Don Egisto Cortesi, che aveva un cuore grande. Con lui avevo un rapporto bellissimo, mi ha anche sposato. Un giorno lo chiamai per dirgli che era venuto a cercare lavoro, in azienda, Roberto Giometti, che faceva il pasticcere. Lui mi rispose: “È giovane ma è una persona degna”. Ho avuto tanti altri dipendenti come Giovanni Ditta, che veniva da Marsiglia, e che conobbi quando aveva solo quattordici anni. Io non posso parlare di fatturato, come fanno oggi. Tuttavia quando abbiamo lasciato l’azienda avevamo 650 dipendenti, più tutto l’indotto e davamo lavoro a tanti padroncini».

Qual è la seconda persona importante del paese?
«Senza dubbio Ilio Orsi, che faceva lavorare oltre 150 persone e Ponte l’ha praticamente costruito.
Già che ci siamo ricordiamone anche una terza, Vilmo Aluigi che riusciva a riportare il sereno in paese quando c’erano litigi o problematiche varie».

Come è avvenuta la vostra trasformazione in realtà internazionale?
«È il mercato che ti premia. Un po’ come in stazione. Passano tanti treni, se si sceglie quello giusto allora la destinazione è bellissima. In proposito, devo ricordare un’azienda meravigliosa, la Mantua Surgela, di Mantova, che fa circa 6-700 mila pizze al giorno. Il suo titolare Freddi Romano mi prese a braccetto e mi fece crescere. Sono le persone e le opportunità che ci offrono che cambiano la vita».

 

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