Le tappe

Il percorso di San Jacopo, svelato il tracciato per i pellegrini

Da Firenze a Lucca: 107 chilometri

Il percorso di San Jacopo, svelato il tracciato per i pellegrini
Altro Piana, 26 Dicembre 2020 ore 10:00

Le feste non si esauriranno con l’Epifania. Almeno a Pistoia, dove il 9 gennaio si celebrerà l’inizio dell’anno Santo iacobeo. Anche nella “piccola Santiago”, legata a Compostela dal culto di San Giacomo – di cui Pistoia custodisce una reliquia – si aprirà la porta Santa e la città potrebbe diventare meta di pellegrinaggio. Condizionale d’obbligo visto che molto dipenderà dalla curva della pandemia da Covid-19. Un riconoscimento rafforzato dal simbolico cippo donato nel 2019 dalla regione Galizia e del Comune di Santiago, che oggi si trova tra piazza del Duomo e via degli Orafi.

Per chi vuole intraprendere questo tipo di percorso, Pistoia potrebbe essere una meta strategica visto che si trova al centro di cinque cammini. Quello di San Bartolomeo, la via Francesca della Sambuca, la Roma Germanica Imperiale, la Romea Strata e il cammino di San Jacopo in Toscana.

Quest’ultimo tracciato è stato definitivamente approvato dalla giunta comunale a fine novembre. Un viaggio di 107 chilometri, che parte da Firenze, si snoda lungo il territorio pratese e poi arriva a Lucca passando per Pistoia e Pescia.

Pistoia è la capofila dei 17 Comuni coinvolti: «Dovremo aspettare che tutti approvino il proprio tracciato e la convenzione per poi presentare alla Regione Toscana il progetto per il riconoscimento regionale e lo stanziamento dei fondi necessari per la sua esecuzione» spiega l’assessore al turismo Alessandro Sabella. «Di grande importanza per questo cammino è la volontà della confraternita compostellana di stabilire qui la sede toscana così da consentire il passaggio dei pellegrini in partenza da Assisi per Santiago».

Il percorso riporta al centro la via Cassia-Clodia, oltre duemila anni di storia, che collega le quattro città costituendo un tratto del cammino verso Santiago di Compostela. È diviso in quattro tappe, la prima e l’ultima (Firenze-Prato e Pescia-Lucca) sono le più facili. Quelle centrali presentano una “difficoltà media”. Ad agevolare la via il fatto che gran parte del cammino si svolga su strade con fondo pavimentato in asfalto o in lastricato, ad eccezione di alcuni passaggi.

Concluso il primo segmento del viaggio, ci troviamo appena fuori dalle mura di Prato, sull’argine del Bisenzio. Imboccando la via per la collina delle Sacca e Figline si arriva nell’area protetta del Monteferrato. Una volta attraversata ecco che siamo sul punto più alto del cammino di San Jacopo, a 350 metri sopra il livello del mare. Già da qui si intravede la cupola di Pistoia. Si prosegue fino alla rocca di Montemurlo e il centro di Montale poi, seguendo l’argine e i vivai, si arriva a Pistoia passando, anche, dalla villa di Celle dove Giuliano Gori ha raccolto una delle prime collezioni d’arte ambientale in Italia.

A Pistoia è d’obbligo la visita alla cattedrale di San Zeno, dove si trova la reliquia di San Jacopo. Con la possibilità, nata di recente, di provare anche la Jacopina, la focaccia del pellegrino - per questo a forma di conchiglia - prodotta con farina integrale di grano tenero.

Da qui inizia la terza tappa che si conclude a Uzzano, dove si può ammirare la Valdinievole (e fino a San Miniato) da una terrazza panoramica che toglie il fiato. Poi parte il segmento finale, verso Lucca. Dalla piccola Santiago si va per il colle lucchese, dal convento di Giaccherino fino alla pieve di Groppoli fino alla torre di Serravalle. A Montecatini il cammino di San Jacopo passa per il parco di villa Ankuri (se chiuso, è prevista una deviazione) fino al castello di Buggiano. Infine, si sale per i borghi fortificati di Stignano, La Costa e Uzzano.

Da qui si scende rapidamente dagli antichi percorsi selciati per raggiungere Pescia. Nella cattedrale si venera il corpo di Sant’Allucio, ospedaliere dei pellegrini medievali. La quarta e ultima tappa conduce dalla città dei fiori a Lucca.

L’anno Santo, ricorda il vescovo di Pistoia Fausto Tardelli, «può essere davvero un tempo per riporsi le domande di fondo sulla vita, un tempo di potatura, per buttar via il superfluo, per riscoprire il valore del prossimo e quanto sia importante prendersi cura l’uno dell’altro e insieme, della casa comune. Un tempo, infine, per imparare a condividere le sofferenze che questa pandemia ha portato e sta portando alla luce».